Il paradosso del gatto di Schrodinger e (la scoperta del)le reali alternative.

6 luglio 2016 - Opinioni avanzate.

Lungi da me dall’approcciare con metodo e linguaggio scientifici qualcosa che non mi appartiene fino in fondo in termini di studi e di cultura. Tutt’altro; il tentativo che mi appresto a fare è quello di trarre solo qualche suggestione dal famoso paradosso che il fisico  Erwin Schrödinger,  ipotizzò con lo scopo di illustrare come l’interpretazione “ortodossa” della meccanica quantistica (interpretazione di Copenaghen) fornisca risultati paradossali se applicata ad un sistema fisico macroscopico.

Anzi lungi da me sapere se il fisico, dalle oscillanti conclusioni, coevo di Einstein, avesse ragione ad affermare che le teorie e le dimostrazioni quantistiche ortodosse giungessero a conseguenze paradossali ove applicate ad un sistema macroscopico come quello del “gatto vivente”; piuttosto mi interessa poter comprendere se il “paradosso” una volta percepito mentalmente ed emozionalmente come reale possa in qualche modo avere una qualche ricaduta nelle scienze sociali e nella filosofia.

Ma cos’è il paradosso di Schrodinger ?

“Si rinchiuda un gatto in una scatola d’acciaio insieme alla seguente macchina infernale (che occorre proteggere dalla possibilità d’essere afferrata direttamente dal gatto): in un contatore Geiger si trova una minuscola porzione di sostanza radioattiva, così poca che nel corso di un’ora forse uno dei suoi atomi si disintegrerà, ma anche, in modo parimenti probabile, nessuno; se l’evento si verifica il contatore lo segnala e aziona un relais di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che il gatto è ancora vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato, mentre la prima disintegrazione atomica lo avrebbe avvelenato. La funzione dell’intero sistema porta ad affermare che in essa il gatto vivo e il gatto morto non sono degli stati puri, ma miscelati con uguale peso”.

Insomma, parrebbe concludere il fisico, se avessimo una finestrella da cui poter, una volta aperta, osservare il gatto nel tempo dato (quello di decadimento della particella radioattiva) non potremmo  avere, ogni volta, la certezza di trovare lo stato del “gatto vivo” o quello del “gatto morto”.

Ci sarebbero, prima di aprire quella botola, le stesse probabilità di trovare un animale esanime o uno ancora in vita. E quindi, in definitiva, nelle discussioni dell’elite scientifica dei primi decenni del novecento si potette concludere di poter trovare, indifferentemente, uno dei due stati.

Cosa potrebbe suggerire a noi uomini e donne comuni ?

I due stati, morte e vita, permarrebbero così sovrapposti, miscelati tra loro, perlomeno in quel tempo dato. Vita e morte biologici, nel sistema pensato da Schrodinger,  non sarebbero così in netta contrapposizione ma avrebbero tratti presenti contemporaneamente. L’affermazione che non si può morire senza essere vivi non sarebbe poi così tanto banale se si considera che lo spegnimento dei parametri vitali è causabile solo se gli stessi hanno attraversato, precedentemente, uno stato di accensione. “On” e “Off” riferito agli esseri viventi finiti, compresi quelli umani, in un tempo dato non sarebbero realmente alternativi tra di loro.

Il quesito, se percepissimo solo per un attimo come vero, il “paradosso del gatto” è dunque: c’è qualcosa che è realmente “alternativo” alla vita e alla morte biologici ?

Dovremmo cercarlo all’interno del “sistema quantistico” creato da Schrodinger o all’esterno e cioè nella “divinità”, nella “metafisica”, capace di osservare, in modo distaccato, il gatto vivo o morto presente in egual misura nella scatola d’acciaio ?

Non ho risposte; se non quella che nelle nostre esistenze spesso, per non far la fine del gatto comunque rinchiuso nella scatola, abbiamo la necessità di scavare, di andare a fondo, per non finire di rimanere intrappolati in ragionamenti, idee, schemi di pensiero e comportamento solo apparentemente contraddittori, ma in definitiva mai alternativi tra loro, al massimo complementari.

Il pensiero, scientifico o meno che esso sia, è ricerca e scoperta e mai semplicemente un continuo “raschiare il fondo del barile” del già pensato.

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