Diritto di critica e diritto alla conoscenza: un binomio in crisi ?

29 giugno 2016 - Opinioni avanzate.

La libertà di critica e cioè l’esercizio della possibilità di rivolgersi ad altri, manifestando un pensiero in dissenso, un’idea diversa, alternativa, nuova, persino un tentativo di “smontare” gli assunti dell’azione o del pensiero di un altro costituiscono non solo il fondamento della società democratica. E’ il secolo dei lumi che ci porta in eredità un metodo, forse il metodo per eccellenza.

Il progresso della scienza, non solo quella delle autorevoli riviste, si fonda proprio sulla continua evoluzione tra tesi, antitesi, sintesi che diviene nuova tesi. E, in fondo, in tutti i campi, compresi quelli sociali, solo se si è disposti a mettere in discussione il finora acquisito si può divenire autorevoli interpreti dell’acquisendo, di quello che diviene o viene visto con occhi diversi.

Senza possibilità dell’esercizio, non semplicemente la sua statuizione, del diritto di critica ogni complesso umano è semplicemente ancorato allo “stallo”, al mantenimento degli equilibri esistenti, pur pessimi che essi possano essere.

Nonostante la moltiplicazione, dovuta alla diffusione di internet e alle sue “n” declinazioni, delle fonti (un giurista direbbe di cognizione e produzione) in cui è possibile riversare il prodotto dell’esercizio di tale libertà o da cui potersi abbeverare delle critiche già esposte un rapporto di Freedom House dello scorso anno ci mette in guardia. La concreta possibilità di denuncia e critica pubbliche è in arretramento in tutto il mondo.

Secondo questo rapporto dal 2004 ad oggi, infatti, sono diminuiti dal 39 al 32% i paesi con la dicitura “liberi”, quelli cosiddetti “parzialmente liberi” sono aumentati dal 26 al 36%, mentre quelli “non liberi” sono passati dal 35 al 32%.

Le condizioni per i media si sono fortemente deteriorate nel 2014, raggiungendo il loro punto più basso in questi ultimi 10 anni. I giornalisti di tutto il mondo hanno incontrato più restrizioni da parte dei governi, dei militanti integralisti, dei criminali e dei proprietari dei media“: questo in sintesi il duro commento di Freedom House.

Ed anche nella zona europea la situazione non deve essere incoraggiante se il Segretario Generale del Consiglio d’Europa, il danese Jeppe Tranholm-Mikkelsen, il 3 Maggio scorso, nell’ambito della giornata mondiale della libertà di stampa è stato costretto ad affermare: “Stiamo assistendo a preoccupanti tendenze da parte di alcuni governi ad abusare dei procedimenti giudiziari per diffamazione a scopi politici, come pure a un’applicazione arbitraria delle disposizioni legislative contro la diffamazione, che conducono alla detenzione di giornalisti e a tentativi di invertire il processo delle riforme miranti a depenalizzare il reato di diffamazione. Queste constatazioni figurano tra le conclusioni del mio Rapporto sullo stato della democrazia, dei diritti umani e dello stato di diritto in Europa nel 2016”. Ed in modo più incisivo ha aggiunto “Le leggi sulla diffamazione e la loro applicazione non dovrebbero avere un effetto intimidatorio sulla libertà di espressione”.

Ma a ben guardare una nuova frontiera è necessaria al mantenimento di standard di democrazia minima nelle nostre società e nelle organizzazioni di cui si compongono sulla base della semplice osservazione che non vi può essere critica, giusta, puntuale e precisa e, su un altro piano, capace di smuovere le coscienze, di far riflettere, di indurre i germi di un miglioramento se non si conosce come agisce e che cosa decide chi si trova al potere.

In altri tempi si sarebbe detto obbligo alla trasparenza, alla conoscibilità delle decisioni e degli atti; in diritto amministrativo, traguardando il punto di vista della pretesa del cittadino-fruitore, si continua a dire diritto all’accesso. Oggi occorrerebbe avere il coraggio di affermare, magari non solo nei saggi ma anche in qualche testo normativo internazionale, il diritto umano e civile alla conoscenza.

Per dirla con le parole di Roberto Saviano quello è alla conoscenza è il diritto “che viene prima di tutti gli altri, persino prima del diritto alla felicità, perché è quel diritto che sancisce la necessità di conoscere in che modo e perché i governi a vari livelli prendono decisioni che influiscono sulle vite dei cittadini, sui loro diritti umani e sulle loro libertà civili. Perché è un diritto che pone attenzione a un patto fondamentale, quello tra i cittadini e chi li governa. Perché è un diritto che, indagando il processo di delega insito nel patto politico tra cittadini e governanti, riporta attenzione sull’obbligo per un soggetto investito di una carica pubblica, di rendere conto della proprie azioni e di essere pienamente responsabile dei risultati ottenuti o non ottenuti.

Insomma non esiste possibilità di migliorare le società, di ambire a maggiore felicità, se il confronto non è realmente democratico, aperto e trasparente e scevro dalle rendite di posizione che l’esercizio del potere, che non si concepisce come autentico servizio, potrebbe avere la tentazione di conferirsi e, di fatto, sempre più si conferisce effettivamente anche nel cosiddetto Occidente sviluppato.

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