La “morte”, il passaggio e il senso.

29 marzo 2015 - Opinioni avanzate.

Per chi crede, ogni anno, la “settimana santa” è settimana di preghiera ma soprattutto di riflessione, di interrogativi a cominciare dalla domanda: “che cos’è la morte ?”. E a cascata: “cosa è la vita ? Quale significato possiamo attribuirle se la traguardiamo dal significato e dalla ragione degli ultimi istanti, se la interroghiamo partendo dall’evento che la interrompe, da quel processo che la fa volgere al termine ?”

In questo modo il “passaggio”, la Pasqua cristiana è indubbiamente foriera di riflessioni profonde anche per chi non crede.

Gli ultimi eventi di cronaca (e non solo), quella internazionale e quella più locale, del luogo dove vivo, Piacenza, impongono un surplus di riflessione: una complessità che vale non dico la pretesa di indagare ma perlomeno la pena di elencare, di indicare.

La scelta, forse “malata”, del pilota tedesco di immolare la sua esistenza e quella di altre decine di passeggeri, quella dei moderni kamikaze dell’Isis di sacrificare le proprie storie ed individualità e quelle di altri infedeli ad un progetto di “imperialismo divino”, la scelta (magari non solo individuale ma perlomeno “imposta” socialmente) di continuare a “costringersi” in luoghi di esistenze dolorose, umilianti e soffocanti, dove invece solo la “morte dell’altro” costituisce il residuo rischio da correre in sostituzione della fuga se non proprio l’unica ipotesi di fuga accettabile e accettata, la scelta di porre fine alla propria vita innanzi i primi insuccessi e le prime sofferenze mi inducono  a pensare che le scelte relative agli ultimi atti (nostri o quelli che provochiamo negli altri) sarebbero idonei a dirci molto di più di quello che è stata la nostra vita che gli attimi di cui si è composta fino a quel momento la vita stessa.

Per non parlare di chi, apparentemente di buona famiglia, decide di porre, in modi incredibilmente ma scientificamente cruenti, fine alla vita di un anziano, di cui avevano carpito la fiducia, per mere questioni di incrementi economici.

Cosa è la vita ?”, “Cosa è la mia vita, cosa è la vita degli altri in cui mi imbatto o con cui decido di fare pezzi di strada assieme ?” non sono domande a cui tutti diamo una risposta univoca.  Sembrano non esserci  vincoli sociali, territoriali, etnici, di comunanza valoriale, culturale che ci mettano al riparo da comportamenti divergenti, persino indicativi di un diverso valore “assoluto o meno” da conferire alla vita stessa. Vi sono scelte “tragiche” e disperate, davanti snodi altrettanto essenziali o tragici a cui il tempo dell’esistere ci fa passare; vi sono  scelte criminali di insospettabili, scelte ispirate da richiami metafisici: scelte che non tutti siamo in grado di comprendere, che non sarebbero magari le nostre, ma che vale la pena di non giudicare frettolosamente e solo con lo “sdegno a buon mercato” che la tv ci impone.

E se ciascuno di noi si fermasse a pensare, con le categorie di oggi, al sacrificio di poco più di un trentenne, duemila anni fa si attribuirebbe non un grande significato; se uno pensasse alla scelta,  deliberata, di un essere umano che dice di essere il “Figlio di Dio” di non sottrarsi alla condanna al supplizio della croce per il bene di tutto del genere umano non vi sarebbe alcuna categoria moderna, e razionale, occidentale che potrebbe sottrarla ad un giudizio molto simile alla derisione.

Ma, appunto, questo è quello che apparirebbe a noi che abbiamo smesso di interrogarsi sul “senso” e sul “perché ?” e la concezione della nostra vita ha finito per divenire solo un affastellarsi di attimi tra loro sconnessi, privi di progetto.

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