Meno di un anno fa scrivevo: “La mia esperienza al C.a.r.a. di Mineo”

31 agosto 2014 - Opinioni avanzate.

Da una settimana sono tornato da un servizio in Val di Susa. A dicembre del 2013 ero impegnato a Catania, al C.a.r.a.. Quasi alla fine del periodo scrivevo questo sulla mia pagina facebook, spontaneamente ripreso anche dagli amici di Notizie Radicali.

“L’aggregazione al C.a.r.a. di Mineo volge al termine. Una mattina, una notte e una sera e, salvo sorprese, si torna al Nord. Sono sceso, ufficialmente, per concorrere all’ordine pubblico all’interno di un Centro che ospita migliaia di migranti in attesa di un eventuale riconoscimento di una forma di protezione internazionale. Vi giuro che è qualcosa di più, di più bello, di profondamente delicato che l’ordine pubblico. Non che non sia difficile, che non si vivano momenti professionalmente difficili, ma se si ha la sensibile voglia di vivere, di osservare e di praticare l’essenza del nostro ruolo può essere commovente. Etiopi, somali, nigeriani, gambiani, maliani, senegalesi, ivoriani, pakistani, siriani sono tutti lì stipati in delle villette in attesa di una decisione sulla loro domanda, sulla loro storia del luogo da dove sono partiti. Non so quanti avranno storie vere, storie e vite che meritino una forma di protezione dall’ordinamento giuridico italiano oppure semplicemente fuggano dalla fame e dagli stenti: non so quanti saranno riconosciuti rifugiati, quanti beneficeranno della protezione sussidiaria e quanti di quella umanitaria. Non è questo il punto della mia (nostra) esperienza.

Si può interpretare il lavoro del poliziotto al Centro semplicemente nell’attesa vigile, anche statica, nella mera presenza attenta oppure si può scegliere attivamente di muoversi, di spostarsi per osservare, vedere, capire, conoscere e dialogare; laddove il dialogo può essere semplicemente un saluto o un sorriso da una macchina bianca-azzurra con la scritta Polizia o una cioccolata donata ad uno dei bambini di colore ospiti del Centro.

Il dialogo può divenire parola, un’occasione per sentirle quelle storie, non tutte come deve fare la Commissione Territoriale, ma perlomeno alcune. Storie di guerre, persecuzioni, familiari che non ci sono più, uccisi, violentati e trucidati; storie di nostalgia di un villaggio trasfigurato da sperdutamente tranquillo ad un teatro di faide etniche o religiose. Ripetuti sorrisi possono farti guadagnare le attenzioni e il dono di un grappolo d’uva e un arancio da chi non ti aspetti, da Sukuta, da un gambiano che ci ha preso in simpatia, che si sente nostro amico e che si è privato di un pezzetto della suo pasto da mensa offrendocelo come un oggetto prezioso, per il gusto di condividerlo con noi. Ma la cosa più bella che ti può capitare a Mineo è quello di comprendere è che – piano piano, solo a volerlo e a praticarlo un pò, con piccoli comportamenti umanamente professionali e professionalmente umani ma dinamici – hai la sensazione che arrivi, alla maggioranza degli ospiti, il messaggio che finalmente sono capitati in un piccolo luogo della terra dove possono provare, seppur con fatica, l’assenza di pregiudizio, il tentativo di far applicare le regole di convivenza civile, l’ostracismo verso ogni forma di vendetta privata o di gruppo perchè questo non solo non si fa ma è conveniente non farlo, interrompe la spirale di odio e accende quella dell’alleanza, della collaborazione. In poche parole lo Stato di Diritto, il rule of law è in primis la sperimentata e maturata convinzione di potersi affidare all’ascolto di chi incarna la pubblica funzione, la pubblica autorità e che questa si mantiene dia logicamente al servizio delle persone, dei diritti e delle libertà individuali.

Mineo's country (Catania) taken from the SS Ca...

Mineo’s country (Catania) taken from the SS Catania-Gela, 25th February 2007. (Photo credit: Wikipedia)

Ecco questa è la vera esperienza del Centro di Mineo: la capacità di riportarti, assieme a tutti i migranti, all’essenza, al nocciolo, al centro della convivenza, la capacità di riscoprire nella sua crudezza ma nella sua nuda bellezza la funzione educatrice del mestiere del poliziotto. E comprendere come questo passi, comprendere che vieni compreso, che si può nascere assieme a questa essenza. Non importa se pochi o molti di loro saranno costretti a fare la scelta di tornare nel loro paese perchè non verranno ritenute credibili le loro storie oppure saranno considerate troppo deboli per giustificare una forma di protezione internazionale. Forse se io e miei colleghi continueremo ad interpretare, in questo modo, la nostra missione al Centro questo costituirà un arricchimento per loro e per i loro paesi d’origine. Il viaggio da Piacenza o da altri continenti non sarà stato comunque vano o così mi piace pensare. Buona notte amici. — presso Mineo “Residence degli Aranci”.

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