Senza riflettere: i braccialetti, l’ipertrofia delle leggi e la riforma del Senato

4 luglio 2014 - Old / Opinioni avanzate.

Che storia quella dei braccialetti elettronici ! Dovevano essere la panacea di tutti i mali del “sistema carcere” e miracolosamente ridurre la popolazione carceraria rendendo il ricorso alla detenzione, tanto quella cautelare quanto quella nei momenti finali dell’esecuzione della pena, nelle quattro mura delle nostre Case circondariali.

In pompa magna il Governo in carica ne aveva annunciato la reintroduzione:  a fine Febbraio di quest’anno veniva convertito in legge (Legge 21.02.2014 n° 10)  un precedente decreto c.d. “svuotacarceri” che assieme ad altre misure cercava di rendere, per i Giudici, l’eccezione la pena detentiva in carcere con l’obbligo di motivare quest’ultima nel caso in cui non si fosse deciso di munire di braccialetto il presunto responsabile di taluni di delitti.

Ma i braccialetti elettronici non erano certo una novità nel nostro ordinamento: già all’inizio del nuovo millennio una fonte normativa ne introduceva il loro impiego nei confronti dell’indiziato di aver compiuto un delitto al fine di prevenire l’ulteriore compimento di reati, l’eventuale fuga o l’inquinamento delle prove.

Ora la novità è che i braccialetti elettronici sono finiti. 2000 erano e 2000 sono stati utilizzati, non uno di più almeno fino al 2015, quando si potrà effettuare una nuova commessa ed ampliare quella esistente, oppure fino a quanto uno di quelli in utilizzo, per qualche ragione, ritorni in circolo.

Questo scrive il Capo della Polizia in una circolare, diretta anche al dicastero della Giustizia.

Tra l’altro  i braccialetti elettronici  già hanno divorato oltre 80 milioni di euro dall’infelice esordio nel 2001, tanto da produrre poi sino al dicembre 2013 (quando in utilizzo ve n’erano solo 55 in 8 uffici giudiziari) “una reiterata spesa antieconomica e inefficace”, per dirla con le parole della Corte dei Conti ben meno icastiche della colorita sintesi in Commissione Giustizia nel 2011 del vicecapo della polizia Cirillo: “Se fossimo andati da Bulgari, avremmo speso meno”.

Italia da incubo, insomma. Il solito modo di legiferare, per emergenze e senza raziocinio, per mali decreti e malamente convertiti. Leggi che non hanno coerenza, che non tengono a mente i dettati costituzionali, atti aventi forza di legge che contraddicono leggi ordinarie vigenti senza modificarle esplicitamente, testi e disegni di legge che non tengono conto della realtà, della situazione reale che intendono modificare.

Un’ipertrofia legislativa che non ha pari in Europa. In Gran Bretagna ci sono circa 3000 leggi vigenti e si dirà che lì vige un sistema di common law; ma in Germania ce ne sono appena 5500 e nella vicina e parente, istituzionalmente parlando, Francia ce ne sono appena 7000.

In Italia la cifra esatta non è data e anche i giuristi più di grido fanno fatica ad elaborare una stima che resista alle critiche (ed anche questo vorrà dir qualcosa sul grado di incertezza giuridica che ci contraddistingue). I più benevoli tra loro parlano di poco più di 30.000 (Bassanini) provvedimenti legislativi in corso di vigenza (più del quadruplo dei cugini d’oltralpe) mente alcuni arrivano a stime di 130mila-150 mila atti aventi forza di legge vigenti (Cassese).

Un mare di leggi lunghe ed intricate, complesse e dal timbro arcigno e cavilloso. “Così per esempio la legge n. 662 del 1996” che si divide “in 3 soli articoli, ma tutt’altro che magri: nessuno dei 3 conta infatti meno di 200 commi; il primo raggiunge quota 267, per un totale di 23510 parole, tutte pigiate all’interno d’una sola disposizione normativa, come giapponesi in una vettura della metropolitana”(Ainis).

Un mare di leggi, senza contare anche quelle regionali, dove il principio della legge che non ammette ignoranza comincia seriamente a vacillare ed ha trovato già anche serie eccezioni dalla Corte Costituzionale. Un mare di leggi che si contraddicono e talvolta si elidono dove il pesce piccolo stenta a districarsi ma quello grande è sempre più satollo di potere e controllo.

“Nel mare magnum delle leggi è facile trovare qualche onda compiacente che porti alla riva anche il naufrago reo, o, peggio che faccia naufragare l’innocente.”

Ora i nuovi processi riformatori vorrebbero riformare il bicameralismo perfetto e cioè il fatto che per approvare una legge ordinaria ci voglia una doppia lettura e approvazione dei due rami del Parlamento del medesimo testo. Era la critica di Silvio Berlusconi: “l’Italia non si può governare per i tempi lunghi della discussione delle leggi”. Basterebbe togliere di mezzo un ramo del Parlamento oppure togliergli la funzione legislativa: questo è il ragionamento che stanno facendo gli attuali riformatori, a partire dal Presidente del Consiglio dei Ministri.

Ne siamo sicuri ? Siamo sicuri che abbiamo un deficit di legislazione tale da dover stimolare ancora “la fabbrica delle leggi ?”

Hanno sbagliato misura coi braccialetti elettronici non è che, per caso, anche in materia di riforme costituzionali stiano sbagliando ancora nell’analisi istituzionale e quindi si accingano a sbagliare, di nuovo, la cura ? Temo di sì.

 

› tags: giustizia / Italia / leggi / riforma / senato /

  • ANTONIO

    ma come si può commentare tanta sceleratezza

  • Michele Rana

    Grazie intanto per l’intervento. Sarà bello leggerti su queste pagine, quando vorrai.