Impegnati nelle secchiate gelate le lezioni che ignoriamo.

24 agosto 2014 - Old

La trama del nuovo delitto dell’estate non decolla e allora spazio, nei media come in rete, in ques’ultimo scampolo di agosto alla doccia fredda collettiva in favore della lotta alla Sla.

Questo correre tutti a metterci la faccia, la propria, con un gesto che dura poco più di qualche secondo, costa quasi nulla, porta molta buona pubblicità gratuita e prescinde da quanto effettivamente viene destinato alla ricerca e alla effettiva  capacità del nostro sistema di fare ricerca seria e di qualità fa il paio sulla semplicistica ed epidermica analisi che stiamo facendo sulla questione terrorismo cosiddetto islamico.

La prima evidenza che stiamo trascurando è quella che, come nel passato, sembra confermarsi che molti dei più atroci ed efferati tra di loro vengono dai nostri paesi occidentali (link), soprattutto europei, oppure hanno avuto lunghe permanenze, ad esempio, in Europa.

Sembra il caso del tagliatore di teste che dalle prime indiscrezioni risulterebbe essere un rapper britannico.

Vi ricordate Mohamed Atta, uno degli attentatori delle Torri Gemelle ? Fin dal 1993, molto giovane, si trasferisce in Germania  e studia alla Technische Universita Hamburg di Amburgo dove segue corsi di pianificazione edilizia. E’ anche apparentemente inserito: si mantiene e paga gli studi lavorando come venditore di automobili.

Sempre in Germania Atta avrebbe preso le lezioni di pilotaggio che gli sarebbero servite per gli attentati negli USA.

Per non parlare del sempre più numeroso  calcolo di occidentali (link), italiani compresi come il noto Giuliano Ibrahim Delnevo, che partirebbero assoldati per i teatri di guerra e di terrore in cui la  jihad è impegnata nel mondo.

In un certo qual modo la manovalanza, anche laddove sia definibile come qualificata, del terrore è anche, forse soprattutto, un cattivo prodotto (o mancato prodotto secondo un altro ma complementare angolo visuale) dell’Occidente cosiddetto “democratico”. E’ da noi che maturano o si consolidano i propositi belligeranti e terroristici.

La seconda evidenza è quella che sembra sottovalutarsi di più: prima della decapitazione del giornalista americano il gruppo che lo deteneva prigioniero non da pochissimi giorni aveva chiesto un riscatto di ben 100 milioni di euro per lasciarlo andare.

Se è così l’aspetto simbolico, caro alla guerra di religione, non dico deve andare  a farsi benedire ma credibilmente passare in secondo piano. Vi sarebbe un livello dei gruppi del terrore (islamico) che ha un’agenda economica, magari un desiderio di egemonia e controllo di intere aree del mondo che contempla il terrore e le violenze come mezzo non tanto e non solo per una supremazia religiosa, per fornire una lezione all’Occidente cristiano o comunque infedele.

Anche in questo senso il fanatismo religioso potrebbe essere il mezzo più utile per strutture oligarchiche di potere che della fede, in definitiva, poco se ne importano.

Una conferma verrebbe indirettamente dalle fitte pagine, scritte in inglese, del quaderno che Giuliano Ibrahim Delnevo usava come diario: cominciava già a trapelare la delusione del giovane genovese, da sei mesi arruolato nelle fila dei ribelli siriani, per la sua esperienza sul campo. Tutto il mondo è paese,  avrebbe scritto amaramente Delnevo: “noi viviamo duramente” avrebbe commentato riferendosi alle difficili condizioni dei guerriglieri, mentre “i capi” vivono ben sistemati “in case” o addirittura in albergo con ogni comodità e buon vitto e non accampati in posti di fortuna e con scarsi rifornimenti. Il senso di ingiustizia di questo diverso trattamento per cui – come nell’Occidente che aveva appena rinnegato – anche nella jihad c’erano i privilegiati, gli alti in grado che avevano diritto ad ogni comfort, e la truppa che tirava a campare, aveva cominciato a farsi strada nella mente del ventitreenne partito da Genova per combattere contro Bashar Assad.

Un elite terroristica, insomma, con desideri di dominio, di priviegio, di ricchezza.

Due considerazione di cui tener conto, a mio avviso, nell’analisi del fenomeno.

E allora se così stanno le cose nella ricostruzione, anche di questa apparente nuova stagione del terrorismo, l’azione di prevenzione da fare, quella che porterà a risultati di più lungo periodo è proprio quella di separare, qui ed altrove, la manovalanza, quella presente e futura, dal reclutamento delle oligarchie del terrore.

Quello che dovrebbe fare una democrazia come al solito l’ha capito il solo Marco Pannella: “La sua forza [del nuovo califfato] è che… questi popoli sanno … che NOI emericani  e israeliani ci comportiamo contro i nostri impegni, i nostri ideali, la nostra storia“.

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