Il Papa, le sue parole e i falsi miti dei pacifisti a senso unico.

22 agosto 2014 - Old

Nel caso in cui ci sia stata una aggressione ingiusta e’ lecito fermare l’aggressore. Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare o fare la guerra. Fermare l’aggressore ingiusto è un diritto dell’umanità, ma è anche un diritto che ha l’aggressore di essere fermato perché non faccia il male”. queste sono le parole recenti di Papa Francesco.

Se si prova a riflettere un pò cadono quasi tutti i miti di un pacifiscmo a senso unico; lo stesso Pontefice finisce di essere l’alibi autorevole dietro il quale gli stessi pacifisti si sono spesso nascosti o appoggiati, anche ben oltre le sue intenzioni.

Vediamo. In poche parole, quelle di Francesco, cade l’imperativo assoluto dell’impossibilità di ingerire negli affari interni di uno Stato. Quando esso stesso, una sua parte che ne prende il soppravvento, si rende autore di un’aggressione ingiusta gli Stati hanno il diritto di intervenire, hanno un diritto di intervenire non in maniera indiscriminata ma per far cessare l’azione aggressiva non giusta.

Viene ridicolizzato quell’assunto per il quale, secondo un pacifismo imbelle, non esistono interventi giusti e diretti su teatri di violenza e di aggressione a persone o addirittura nei confronti di intere etnie o minoranze .

Esiste una giustizia internazionale dunque, al pari di una interna, e non ci sarà pace, sembra affermare Papa Francesco in un intervento misurato anche giuridicamente, finchè perlomeno non sarà individuato ed isolato l’aggressore  e fermato nella sua azione.

L’intervento è bello anche perchè lascia quesiti aperti ma soprattutto impone all’ONU e alle agenzie internazionali di Stati democratici di munirsi di una rapidità di azione per evitare che l’aggressione ingiusta venga portata alle estreme conseguenze e porti agli esiti finali voluti dall’aggressore.

Sono parole che richiamano, da molto vicino, istituti di diritto interno italiano come l’uso legittimo delle armi o la legittima difesa dove sono richieste l’attualità dell’aggressione, una certa proporzionalità tra azione criminale e reazione di chi ha il compito di fermarla e l’impossibilità con altri mezzi di far fronte all’aggressione per rendere lecito l’uso della forza.

Implicitamente secondo il Papa non sarà possibile dunque la vendetta internazionale o che l’intervento di risposta all’aggressione si protragga per conseguire altri obiettivi oltre a quello dello stop dell’aggressore; non sarà possibile un intervento se non dopo un’azione rapida ma progressiva che eventualmente sperimenti l’inutilità degli altri mezzi ma soprattutto non sarà possibile una guerra estesa e generalizzata e cioè qualcosa che non preveda un bilanciamento tra obiettivo che si intende perseguire, vite che si vogliono salvare e quelle che purtroppo si ritiene sia necessario sacrificare.

Sono parole che, in assenza di riferimenti normativi esplciti di diritto internazionale, lasciano aperte alcune questioni, prima fra tutte la definizione di aggressione ingiusta. Quando è che ci troviamo innanzi non solo ad un’aggressione ma che possegga il requisito di essere ingiusta, totalmente contra ius ?

Altro quesito attiene al dove si situa il confine tra una reazione (giusta) ad un’aggressione e una guerra, soprattutto se l’aggressore è proprio uno Stato, con tutti i suoi apparati insistenti su un dato territorio e capace di controllare, anche non democraticamente, un popolo intero.

Dove si situa la proporzione del mezzo ? Ed è possibile, per dire che anche l’intervento di Di Battista non è estraneo a questo dibattito, teorizzare e poi praticare l’utilizzo di strumenti di risposta nonviolenta ? Di quali mezzi decisionali e di intervento rapido si deve dotare l’ONU ?

Certo è che l’intervento del Ponteficie ha il merito di spazzare via gli immobilismi, perlomeno ideologici e concettuali, dei pacifisti che non fanno altro che consolidare le ragioni e l’attività in essere dell’aggressore di turno e dall’altro di aprire, in modo esplicito, un dibattito internazionale sul diritto/dovere di ingerenza negli affari di altri Stati dove si commettono crimini contro l’umanità.

E, come sovente accade, già il parlarne può avere un effetto deterrente.

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