Di Battista, Robin Williams, il parkinson e i parkinsoniani.

19 agosto 2014 - Old

Mi direte cosa c’entrano assieme Di Battista e Robin Williams, il primo e la malattia che aveva cominciato ad affliggere il secondo. Apparentemente nulla; se non che sono emblematici di un modo di affrontare le notizie, la parola che viene pronunciata in modo superficiale ed epidermico.

Di Battista avrebbe detto: “Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana“. E poi avrebbe aggiunto: “dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione”, sottolineando che “per la sua natura di soggetto che risponde ad un’azione violenta subita il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore. Compito difficile ma necessario, altrimenti non si farà altro che far crescere il fenomeno“.

Si potrà essere d’accordo o meno ma, a mio avviso, sono parole che non possono essere liquidate semplicemente con lo sdegno bipartisan; andrebbero analizzate a fondo, capite le ragioni (“cosa avrà voluto dire ?”), confutate al limite ma col ragionamento, con il dialogo. Troppo facile appiattire le intenzioni di Di Battista a quelle del capo del terroristi internazionali e non credo che nemmeno il pentastellato volesse questo raccapricciante accostamento.

Egli, probabilmente a digiuno di cose mediorentiali,  dice però meritoriamente  di preferire la nonviolenza alla violenza (cosa che i media e i commentatori hanno completamente ignorato). La nonviolenza è fonte di dialogo, di riflessione così come si nutre di conoscenza, di abbattimento degli stereotipi.

L’unico politico degno di questo nome ad averlo capito, come al solito, è Marco Pannella: “La posizione di Di Battista è assolutamente opposta a quella che da 48 ore avvelena l’informazione politica” sostiene Pannella, continuando “Di Battista ha detto che il terrorismo è l’unica arma violenta che resta ai ribelli a parte le armi della nonviolenza, che restano le migliori: e questo nessuno lo ha ricordato”.

Ed, infine, aggiunge: “tutti ad attaccare Di Battista come se stesse dalla parte dei terroristi. Invece Di Battista vuole che siano elevati al ruolo di interlocutori i ribelli, i disperati che scelgono la violenza perché non hanno un progetto politico.”

Richiamo, senza voler dare giudizi definitivi, un terzo di comparazione e in specie l’atteggiamento di Gandhi, del nonviolento Gandhi, che appoggiò l’intervento armato dei perfidi inglesi contro Hitler e il regime nazista ma che ben presto nella sua lucida, ma densa, analisi, il 12 novembre 1938, aggiunse: “la democrazia e la violenza non possono coesistere. Gli stati che oggi sono formalmente democratici, o sono destinati a divenire apertamente totalitari, oppure, se vogliono divenire veramente democratici, devono avere il coraggio di divenire nonviolenti“.

D’altronde anche la scelta della forza, della forza militare, della vis conforme al diritto internazionale non risolve e lascia intatto, al dunque, il quesito: “e dopo ? che cosa v’è da edificare dopo l’azione bellica ?”.

Democrazia, nonviolenza e violenza, Diritto e diritti umani rapporti che vanno indagati, compresi, ben oltre le apparenze, insomma. Ed ha ragione, come al solito, Marco Pannella nel non liquidare, mettendolo alla consueta gogna trasversale, il grillino Di Battista.

Capitolo Robin Williams. V’è da registrare lo stesso trattamento, della notizia, delle parole pronunciate. Tutti a domandarsi il perchè del suo gesto. Chi ha teorizzato problemi economici, chi invece  problemi d’immagine connessi al flop della sua ultima serie televisiva.

Tutti a guardare dal buco della serratura ma nessuno ha davvero riflettuto sulle parole dell’ultima moglie che, con grande e consapevole sforzo, ha detto al mondo intero che suo marito aveva il Morbo di Parkinson.

Ebbene qualche ricerca in più, una consulenza magari, avrebbe consentito al mondo dell’informazione e dei consueti commentatori di comprendere che i parkinsoniani, fin già degli esordi della malattia, se sono lucidi e conservano capacità cognitive manifestano rispetto alla malattia e a, sopratutto, sarà costretto ad assisterli un senso di colpa. Maturano, via via, consapevoli della progressiva degenerazione neurologica e fisica che li aspetta, nonostante le cure a base di dopamina, un sentimento che equivale a quello “di essere di ostacolo, di troppo” per familiari ed amici.

Divengono, per questo, fragili emotivamente e non di rado, per questo, esternano anche frasi con propositi suicidiari. Lo dico per esperienza. Quella che non ha questa informazione, superficiale.

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