Bardonecchia.

13 agosto 2014 - Leggerezze

E’ stata la mia prima sede di lavoro quella di Bardonecchia. Un piccolo centro a Nord ovest di Torino, all’apice della Val Susa al confine con la Francia.

Ci sono in qualche modo legato: le prime responsabilità, le prime verifiche, le prime sconfitte, i primi confronti professionali, il primo legame sentimentale con cui ho fatto dei progetti. Bardonecchia continua ad essere connessa ad un clima di novità e di primizie quelle che portano entusiasmi, ragionati o meno, ma anche embrioni di future delusioni.

Bardonecchia, agli occhi di un orso appenninco come me, appare bella, soprattutto perchè immersa in un bel contesto alpino, ma continuo a vederci un senso di irrisolto, una sua anima che non è nè carne nè pesce. Continuo a vederla come quel giorno dell’impatto, una giornata di novembre grigia ed opaca: nè completamente una stazione turistica affermata dedita all’ospitalità e alle “coccole” di italiani e stranieri, nè un paesone di scambio per le rotte commerciali e logistiche appena a ridosso di un’economia migliore della nostra; “inquinata” dalle discendenze del Sud mandate al confino come è stata, oggi non è completamente italiana, ma nemmeno autenticamente franco-sabuada; nè leader danarosa della Valle che guarda dall’alto dei suoi 1300 metri nè fanalino di coda geograficamente lontana dal capoluogo di provincia; troppo facilmente raggiungibile con autostrada e ferrovia a doppio binario  dai torinesi per sentirsi protetta dalle sue antiche tradizioni montanare e, al contempo, troppo distante dai grandi interessi dell’ex città della Fiat.

Bardonecchia d’estate è ricolma di anziani parcheggiati per un paio di mesi almeno in alberghi decadenti che si trasformano in altrettante case di riposo ma anche di giovani centauri di passaggio impegnati a far “pieghe” nelle curve delle sue strade; mentre d’inverno strizza l’occhilolino alla vacanze low cost degli inglesi e a quelle mordi e fuggi, del week end al massimo, di torinesi, milanesi e genovesi.

Bardonecchia rischia di continuare essere tutto e anche l’esatto contrario e cioè niente.

Possiede un indubbio fascino che le viene da lontano, di aver in qualche modo contribuito alla storia,  quello di aver dato i natali e l’ospitalità a famiglie nobili confluite poi in quella dei Savoia.

Infatti verso l’anno mille i saraceni venivano scacciati dalla Valle ad opera di nobili che si sarebbero stabiliti in seguito nella zona, tra questi anche i visconti di De Bardonneche contemporanei di Umberto Biancamano fondatore della dinastia dei Savoia.

Ogni volta che torno provo questo senso di irrisolto perché la storia può non bastare, ancora, per farmela  defintivamente piacere come, invece, farebbe un deciso sole che la illuminasse in un’estate ancora balbettante.

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