Addio capitano, mio capitano !

12 agosto 2014 - Opinioni avanzate.

Nessuno può dire fino in fondo quali siano le ragioni o le follie, o se siano più le prime o più le seconde, che abbiano spinto Robin Williams a compiere quest’ultimo atto di quello che ai più, a me, appare di una tragedia. Nemmeno chi gli è stato più vicino, sono sicuro, potrà sciogliere tutti i nodi di un’esistenza fino a quello dell’epilogo.

Siamo umani: possiamo solo domandarci, dubitare, ricercare spiegazioni ed apparenti verità anche quelle che riguardano le vite degli altri.

E’ certo che è perlomeno la seconda volta in quest’anno che un’artista, con la “A” maiuscola, se ne va, in modo anomalo, non per malattia, non per l’età avanzata, non per un improvviso incidente.  Era capitato già a Philip Seymour Hoffman, deceduto per una overdose da eroina.

Se dovessi fare uno sforzo per tentare di riassumere e così facendo di dare una spiegazione la meno invasiva userei i versi di Montale: “Spesso il male di vivere ho incontrato”; ma Robin e Philip non siederebbero dalla parte dei lettori o del rivo strozzato ma del poeta.

Il poeta, se è tale,  al pari di un attore assorbe tutto quello di cui scrive e di cui si fa interprete; forse un male insopportabile proprio per una sensibilità geniale ed autentica. La ricchezza e la fama per uno autenticamente bravo possono essere dettagli o, peggio, aggravanti, pesi di cui continuare a farsi carico, intepretazioni sempre più generose e vere da dover portare dentro di sè per meglio incarnarle e rappresentarle alla gente.

Se dovessi, in punta dei piedi, scegliere l’icona più adatta per l’epilogo di Robin Williams mi piace pensare che questa  possa corrispondere proprio il cameo finale dell’Attimo Fuggente: il professore Keatin se ne va cacciato dal perentorio quanto mediocre “Se ne vada“; se ne va senza recriminazioni ed acrimonia ma con dolcezza, consapevole di aver contribuito alla crescita di quei giovani.

La vita, infatti, sa essere mediocre e dunque spietata al cospetto dell’animo gentile di un artista. Può apparire un muro respingente e far sentire isolato pur nel successo o tra le acclamazioni di potenti interessati e di pubblico pagante.

A noi, meno artisti, quando abbiamo la fortuna di incontrare il bene al posto della banalità mediocre del male può rimanere solo il compito di alzarci sul tavolino e gridare coi versi di  Walt Whitman: “Capitano o mio capitano !“. Nell’attesa, magari, di un semplice ed emozionato “Grazie” di chi non c’è più, di chi ha scelto di non esserci più, acquiescente, con umanità, alla definitiva “cacciata”.

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  • Teofilo D’Imera

    Non mi piacciono i suicidi, si perdono un sacco di occasioni. Metti caso che domani mi ammazzo: chi se lo gusterà il ragù che ho preparato con tanto impegno ?

    • Nessuno di chi ti è stato vicino probabilmente avrà il coraggio di gustarselo. Ma trovo ci sia un pò di autocommiserazione in questa scelta. I film del più famoso Robin Williams continueranno ad essere visti e rivisti anche molto tempo dopo la sua dipartita. Questo trovo sia un modo di continuarlo a far vivere. Dove lascerai i tuoi scritti più belli ? In qualche archivio di caserma ? 🙂

      • Teofilo D’Imera

        Questa è la didattica Micheliana del lascito culturale, dell’alimento intellettuale immarcescibile, immortale: dei posteri che prendono in dono . Per aderire a simili teorie, bisogna avere la tua fiducia nell’umana specie. Nella scelta di Williams leggo al contrario, la delusione profonda, l’amarezza che si fa disgusto, malore di vivere. Penso che il vero artista rimanga indifferente rispetto al lascito. Secondo me Williams si diceva: “i posteri facciano quello che vogliono, se pare a loro rivedano i miei film, altrimenti li gettino via, li ho interpretati per me e per me soltanto. Io ho amato l’attimo fuggente di quella interpretazione, io ho sentito vibrare in me quelle parole, io ero ciò che rappresentavo. Tutto iniziava e finiva in un ciack.”
        Ecco. Importa poco che gli scritti finiscano nell’archivio o nei bagni di una caserma: bello è stato imparare a pensare, spaccare parole e cavare idee. E sono idee, create per me stesso, in uno sforzo intimissimo, autogenerante: proteiche quanto il mio ragù.

        • Può darsi tu abbia ragione. Ma può darsi che l’abbia anch’io. Oltre quelle che sono le intenzioni o il modo di vivere dell’artista la sua arte (quel film, quelle parole, quella ricetta del ragù) potrebbe continuare a percorrere i rivoli delle generazioni future (e in qualche modo a parlare di chi le ha generate). Il creato continua a parlare del creatore a prescindere del suo consenso e del suo interesse e questo lo trovo bello, persino commovente.

  • Sally Louise Williams

    In questi giorni è stato detto tantissimo su Robin Williams.
    Io non riesco a dire una parola.
    Ho un rispetto quasi reverenziale per tutti coloro che soffrono così tanto da decidere consapevolmente o inconsapevolmente “di
    non esserci più”.