Il divertimento quando gli altri pensano di divertirsi.

10 agosto 2014 - Opinioni avanzate.

Non sono un amante della vita piena di sole imposizioni. Anche quando il lavoro diviene esclusivamente un sistema di imposizioni,  totalmente divergente dalle  riflessioni, dalle convinzioni dei singoli, dalle proprie attitudini e dal proprio genio porta con sè un carico difficilmente sopportabile di oppressione.

Ora, però, ci sono anche gli “obbligati” del divertimento estivo. Quelli che fanno file chilometriche per raggiungere i luoghi di villeggiatura al pari di quando si recano in ufficio in città. Ci sono quelli che vivono il magone di mangiare più o meno come in una mensa aziendale, pagando dieci volte tanto, perchè costretti al pranzo ferragostano “fuori porta”. Ci sono quelli che, da decenni, ogni anno si costringono come sardine in una delle poche spiaggie libere, magari del Salento, come se fossero dentro bus pubblico in inverno; e per trovare un posto libero devono svegliarsi perlomeno un’ora prima di quando lo fanno per andare a lavorare. Ci sono persone, famiglie intere, che si improvvisano scalatori della domenica sulle Alpi per rischiare la vita imbottigliati da miriadi di vacanzieri sulla stessa ferrata con le stesse mire, peggio che se dovessero attraversare Via Nomentana a Roma in orario di punta.

Ci sono milioni di uomini e donne che lavorano duro tutto l’anno, ingoiano ogni insoddisfazione in vista dell’arrivo del periodo di ferie e per assolvere, risorse alla mano, il rito del presunto divertimento; farebbero follie per poter tornare a Settembre o il Lunedì a raccontare ad amici e parenti la loro (in)consueta storia. Da illusi, però, molto spesso si torna delusi.

Da molto tempo vado pensando che questo non sia divertimento. “Divergere” vuol dire creare occasioni per far qualcosa che va in un’altra direzione rispetto all’ordinario, deviare dal consueto: tutto il contrario che ripetere, in modo inconsapevole, le stesse cose che si fanno il resto dell’anno e che si fanno ogni anno. “Stessa spiagga stesso mare” non fa per me, posto che spiaggia e mare non vanno presi in senso letterale.

Da giovane, in certi periodi dell’anno – quando gli altri si accingevano a partire per le agognate e consuete vacanze – ho sempre amato le occasioni, che mi venivano proposte o riuscivo a creare di servizio, verso i più deboli, i meno fortunati; occasioni educative, anche. Poi è venuto anche il tempo dell’impegno politico e quello delle marce di Natale e di Pasqua.

Oggi da meno giovane quando gli altri pensano di divertirsi non didegno essere costretto a lavorare proprio in questi periodi.

In fondo, per me, il divertimento può essere un buon libro, due chiacchiere con gli amici, una visita ad un parente, un tempo dilatato per una riflessione meno banale, un vecchio film; la crisi aiuta ma non è necessario fare migliaia di chilometri per ritrovarsi a fare quello che si fa tutto il resto dell’anno.

Buon divertimento.

P.S. Io come al solito sto lavorando.

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