Pannella.

5 agosto 2014 - Opinioni avanzate.

Le nostre storie sono i nostri orti, ma anche i nostri ghetti” questa la frase pronunciata da Marco Pannella al giornalista Stefano Rolando che nel 2010, in occasione dell’ottantesimo compleanno, decide di regalargli un libro-riassunto della sua vita e che poi sarebbe destinata a dargli il titolo.

Oggi, quattro anni dopo e un paio di focolai di tumore nell’addome Marco ancora non smette di lottare; non un senatore, non un deputato, per il nostro partito. Per lui neanche quel posto da senatore a vita che molti auspicano ma che altri gli negherebbero, appunto, a vita. Nessun avamposto privilegiato per porre i suoi temi e le lotte centrali: quello sulla giustizia e sulla sua appendice carceraria. Che poi per dirla tutta è il tema della legalità dello Stato, della legalità della fase in cui lo Stato decide esprimere la sua forza, quella forza che c’è nel sottoporre a giudizio e nel restringere, nel comprimere la libertà dei suoi cittadini.

Ogni radicale, quelli di oggi come quelli di ieri, ha un’esperienza, una storia di Marco e con Marco Pannella da raccontare. Anch’io ho la mia.

Negli anni novanta studiavo Legge e ascoltavo Radio Radicale. Non era difficile nella capitale: le frequenze della radio “dentro ma fuori dal palazzo” erano doppie rispetto al resto del territorio nazionale. Successivamente le frequenze della cosiddetta “Radio Radicale 2” furono vendute alla Radio di Confindustria per fare cassa e finanziare l’attività politica radicale.

Erano, per me, gli anni del Diritto, dello studio e degli esami ma anche dell’ascolto dell’unica radio che trasmetteva le dirette dal Parlamento, delle Commissioni parlamentari, soprattutto quelle di inchiesta, le riunioni del C.S.M., le differite dei più grandi processi (quelli agli accusati di atti di terrorismo, e a quelli di essere appartenenti ad associazioni di stampo mafioso), le dirette dai Congressi di tutti i partiti: uno studente aveva l’occasione di ascoltarli in esercizio, di vivere il diritto costituzionale e il processo penale non solo di studiarli.

Venivano trasmessi poi gli aggiornamenti sulle iniziative referendarie, quelle per l’abolizione il finanziamento pubblico ai partiti, quelle per il sistema elettorale anglosassone maggioritario a turno unico, quelle di Tortora e per la “giustizia giusta”, quelle che erano la diretta discendenza di quelle per la legalizzazione del divorzio e dell’aborto degli anni settanta ed ottanta: la regolamentazione dell’uso e del consumo delle sostanze stupefacenti  ritenute illecite, proibite.

La terza scheda. Dopo quella per l’elezione di Camera e Senato, per scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, i Radicali continuavano a tentare di fornire a ciascun elettore la matita copiativa per cassare le vie legislative ritenute sbagliate ed indicarne, seppur implicitamente di nuove, di contrapposte. Il primo contatto coi Radicali fu proprio un banchetto referendario in Viale Libia. Lasciai le firme, 5000 lire e il numero di telefono di casa. Tanto c’era bisogno di una mano che fui ricontattato il giorno dopo.

Marco Pannella era presente a Roma in video a TeleRoma 56 mentre in Radio cominciava le sue conversazioni settimanali con l’allora direttore di Radio Radicale Massimo Bordin. Le due voci erano importanti, già allora roche dalle sigarette fumate ma piene; con la loro densità riempivano l’etere. Continuavo nello studio e nell’ascolto e potevo di più comprendere i perché delle candidature nelle liste radicali di Enzo Tortora e di Leonardo Sciascia, di qualche anno prima, il 1984.

Più ascoltavo Radio Radicale e più comprendevo quel periodo con il quale Eugenio Montale, nel 1974, aveva onorato Marco Pannella dalla colonne del Corriere della Sera: “Dove il potere nega, in forme palesi ma anche con mezzi occulti, la vera libertà, spuntano ogni tanto uomini ispirati come Andrei Sacharov e Marco Pannella che seguono la posizione spirituale più difficile che una vittima possa assumere di fronte al suo oppressore. Il rifiuto passivo. Soli e inermi, essi parlano anche per noi“.

Soli ed inermi. C’era del giusto e del vero in quello che sentivo, nelle lotte radicali, nell’avvicinarsi (per poi magari scomparire) di giuristi, accademici, politici di altri partiti alle iniziative radicali. Qualcosa che era capace di emozionarmi, anzi di commuovermi, di mettere assieme cuore e testa.  Ecco: l’incontro con quell’omone di quasi due metri era quello che desideravo per superare anche la mia solitudine, quella che si prova conoscendo, impegnandosi ben oltre il superficiale, desiderando di comprendere in spirito di verità e quindi necessariamente in modo dialogico.

Autenticamente lo sognavo di notte per poi sperare di realizzarlo di giorno quell’incontro. Vennero, appunto, l’impegno a qualche tavolo radicale di raccolta firme referendarie tra un esame ed un altro e anche i primi contributi economici ma mai riuscii o volli, fino in fondo, varcare la soglia di Via di Torre Argentina

Il giorno della discussione della laurea il 1997 fu, in qualche modo, premonitore. Non credo ai segni del destino ma debbo ammettere che se esistono per davvero questo è quello, che ho avuto modo di sperimentare, che ci si avvicina di più.  Mi  capitò, ben oltre le mie intenzioni, di discutere, infatti, la mia tesi di laurea in Giurisprudenza alla Sapienza assieme a Giuseppe Micheletta, la cui famiglia e lui stesso sono da sempre vicini a Marco e ai Radicali. Ma questo l’avrei scoperto solo dopo.

La mia era tra l’altro una tesi comparativa dei sistemi giuridici che contemplavano diverse forme di regolamentazione del consumo e della commercializzazione delle cosiddette droghe. Qualcosa di radicale insomma.

Così di pomeriggio poco prima della discussione, in quel corridoio, credo settembrino, caldo ed assolato, vedo spuntare proprio la sagoma di Pannella. “Sarà venuto, per me ?”, naturalmente ancora non sapevo di Micheletta. Il compagno di lotte di Tortora, Sciascia, Spinelli, solo per citarne alcuni, che viene da Pannunzio e quelli de Il Mondo, l’erede di Benedetto Croce, l’amico di Pasolini mi domandavo se avesse saputo  della mia tesi e come.

La sorpresa era grande, come quella di mio padre e di mia madre, già al settimo anno di convivenza col Parkinson.

Ma anche quell’occasione non fu quella giusta. Potevo presentarmi indubbiamente ma sarebbe stato solo un fatto estetico come quando si va da una star e gli si chiede un autografo e, probabilmente, nulla più. Passarono gli anni della mia prima sede lavorativa a Bardonecchia. Ero disperato: lì Radio Radicale non si prendeva e l’unica mia via d’uscita era lo streaming a pezzi delle connessioni lente da Radioradicale.it . In qualche modo si era “rotto” il cordone ombelicale.

Il lavoro ed un progetto di matrimonio mi portano a Piacenza dal 2000 in poi. Da qui approfittai del primo partito italiano che si è dotato di una piattaforma informatica partecipativa degna di questo nome (altro che Grillo e il movimento 5 Stelle). Il forum di Radicali Italiani e prime le elezioni on line di parte degli organismi statutari fanno arrivare al partito Luca Coscioni e Piero Welby. Io mi limito a scrivere sul forum di antiproibizionismo e di temi di diritto costituzionale, del (dis)funzionamento delle massime istituzioni italiane e a pagare l’obolo della tessera annuale: idee e sostegno economico dei singoli cittadini, quello di cui dovrebbe sostenersi ogni attività politica.

Nell’agenda c’è la questione della grazia a Sofri; in realtà del potere di grazia presidenziale sottrattogli da interpretazioni capziose dei Ministri, della Presidenza e della politica in generale. Il Presidente della Repubblica è Ciampi e il mondo accademico, sollecitato dai Radicali, è quasi concorde nel dire che il potere di grazia è sostanzialmente e formalmente del Presidente e che non deve esercitarlo in condominio con nessuno. La controfirma è un atto notarile, non uno di assenso. La Corte Costituzionale, per una volta, poi darà a ragione a Marco Pannella.

Ne scrivo sul forum. Scrivo di Presidente della Repubblica, degli atti presidenziali, del valore della controfirma ministeriale, provo ad inserire qualche scritto autorevole ma anche la mia opinione; Marco Pannella in persona mi legge, mi nota e corrisponde alla sua maniera: dice che ero il nutrimento per il suo ennesimo sciopero della fame. Quelle mie righe, non certo di un professore universitario, lo avrebbero impressionato a tal punto da meritare un’interlocuzione diretta.

Non pensavo di meritare tanto. Eppure anche questo è il Partito Radicale: si riesce a trovare, ad essere attenti ad un ago nel pagliaio. Da semplice ago telefono al partito, vorrei parlare con Marco Pannella e lo faccio, in diretta e senza filtri, come avviene nei “fili-diretti” a Radio Radicale, se si riesce a prendere la linea. Non so quanto sia durata quella telefonata, forse tre o quattro minuti, ma per me è stata eterna. Si fa fatica a parlare con Marco: è un fiume in piena e gli bastano pochissime parole di risposta, per capire, per rilanciare i suoi argomenti. Lui più di ogni altro in Italia è parola, è la parola, è la storia e il futuro che si condensano in quella sua presenza, in quel suo fluire pieno di incisi, rimandi, evocazioni e improvvisi allargamenti, spostamenti di piano, disegni di prospettive che non si potevano immaginare prima.

Per questo o lo ami o lo detesti profondamente rimuovendolo o avendo la tentazione di farlo. Io l’amavo e l’amo tuttora. La sua parola è come lui: la generosità fatta persona. “E devo dire, mon Dieu, non mi dolgo di come il caso, l’eredità, il buon Dio, mi ha trattato e mi tratta“: questo è l’incipit con cui ha annunciato domenica scorsa, dopo una sospensione, l’ennesima azione nonviolenta sulla giustizia e sulle carceri. E’ l’incipit utilizzato dopo aver ribadito di aver due focolai di tumore, uno al polmone e uno al fegato.

Se non è generosità questa, cosa sarebbe ? Non dolersi nemmeno del buon Dio, quello che delle volte sceglie rappresentanti non proprio all’altezza della missione, è pura riconoscenza per la sua vita, per tutti i suoi incontri, quelli passati, quelli presenti e quelli futuri.

Tra il duemilatre e il duemilanove la frequentazione di Torre Argentina è periodica e le iniziative a cui  fornisco il mio apporto si fanno sempre più frequenti. Se non vado a Comitati e Direzioni, per motivi di lavoro o personali, lui mi telefona e s’incazza. Seguono anche un paio di candidature a politiche ed europee: quelle di testimonianza ed impegno, in fondo alle liste. Marco promuove la politica, la allena, la coccola, la riempie di attenzioni, ma la stimola anche, la provoca. E siccome coi Radicali non si vede un becco di un quattrino, neanche di rimborso spese, e ci si paga tutto mi ospita addirittura a casa sua se quel giorno gli dico avere problemi di albergo, come fa un altro impareggiabile radicale storico, Valter Vecellio.

Nel 2007 con gli amici del sindacato di polizia, il Siap di Piacenza, e la UIL organizziamo un convegno. Il titolo è bello e profetico: “Sicurezza, giustizia e legalità. Quali riforme necessarie in uno Stato democratico e di diritto?”. Chi meglio di lui ? Ci chiediamo io e Sandro Chiaravalloti.

Ci sarà lui, Polledri della Lega, l’allora Sindaco di Piacenza Roberto Reggi, il Segretario Nazionale del sindacato Siap, Giuseppe Tiani. Convincere Marco Pannella, allora europarlamentare (erede ultimo del federalismo spinelliano), non sarà difficile: ci sarà pure la diretta su Radio Radicale.

Viene alla sua maniera: prende un treno notturno che arriva a Piacenza alle 6 del mattino. Niente scorte, niente applausi di benvenuto, niente tappeti rossi, niente espressioni di poteri e potentati.  Semplicemente con l’auto di famiglia lo dobbiamo andare a prendere in stazione e lo portiamo a casa mia, in attesa dell’inizio del convegno.  Allora ero sposato e con la mia ex moglie abitavamo a San Nicolò, una frazione vicino a Piacenza.

Facciamo colazione, quella che calorosamente prepara Maria Grazia, parliamo di come vanno le cose, del tema del convegno e ascoltiamo la rassegna stampa della Radio e ho il tempo, ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, di apprezzare la sua immensa generosità. Perché mentre parliamo viene fuori la sua stanchezza, vengono fuori tutti i suoi quasi ottant’anni e  il suo viaggio in treno: ogni tanto s’addormenta e hai il tempo di chiederti quanto di quella sua faticosa ma bella presenza in quel momento lì con te sia desiderio di politica e quanto di riconoscenza, di amore per le persone che incontra.

Solo che mentre pensi questa cosa t’accorgi che non è necessario dare una risposta e che forse per un politico autentico le due cose si mescolano, si intrecciano indissolubilmente fino a formare una sola cosa, un solo modo di vivere la realtà, l’umanità in cui ci si imbatte. Quel giorno fu bello e memorabile, compresi i dissacranti inviti a non farsi dare del “lei” dai poliziotti che lo avvicinavano semplicemente per una foto, compreso il pranzo fatto assieme ai compagni di Piacenza e Cremona e pochi altri dove distribuiva sorrisi e vivande a piene mani, anche al posto dei camerieri.

Pannella, uomo e politico vero, è la sua parola ma è anche rappresentato al meglio quelle sue enormi mani: tanto affettuose per una carezza quanto forti per sbattere i pugni sul tavolo. Tutti i compagni lo sanno.

Ma soprattutto non c’è niente di più falso in questa leggenda di Kronos che divora i suoi figli: il partito radicale è un partito senza provibiri e disciplina interna, senza obbligo di monotessera, non è una caserma. Per questo la sua democrazia è al tempo stesso la più facile e la più impegnativa.

E’ un partito che dà molto, che riesce a valorizzare il talento, ma che pur non obbligandoti, ti chiede molto, ti chiede molto proprio in proporzione degli obiettivi alti che si è sempre proposto. Semplicemente ci si può stancare.

Capita anche a me, per un misto di ragioni. E’ da qualche anno che non riesco a fare di più che rinnovare la tessera. Eppure quell’omone alto, quel pezzo della nostra storia italiana in questi anni, a cui tutti dobbiamo molto trova ogni tanto il tempo per telefonarmi, anche semplicemente per un confronto.

Marco sono sicuro che non smetterà di lottare e non ci sarebbe bisogno di alcuna precisazione per i Radicali. Per quelli che non lo sono o, forse non sanno di esserlo: Marco Pannella non smetterà di lottare politicamente, sicuro che questo sarà innanzitutto un vitale guadagnare tempo alla morte morale e civile prima ancora che a quella fisica.

Le nostre storie sono i nostri orti, ma anche i nostri ghetti“: lotterà per andare oltre la sua storia fino a qua, fuori dal ghetto verso un altro orto.

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