La cultura (e il successo) delle “Cucine da incubo”

3 luglio 2014 - Opinioni avanzate.

All’inizio fu “Cucine da incubo” con lo chef britannico Gordon Ramsay, poi si è passati al formato molto simile, sempre inglese, “Hotel da incubo” per arrivare alla versione italiana, in salsa partenopea, con la lente puntata su ristoranti italiani ormai persi in ordine a fatturato e capacità attrattiva dei clienti  e con lo chef, poco british ma molto “stile pulcinella”, Cannavacciuolo a fare da protagonista.

A cosa mi riferisco ? A tre o quattro programmi tv che prendono di mira attività, come esercizi ristorativi ed alberghi, che vivono una crisi definitiva e che hanno come obiettivo quello di riuscire a capire se con qualche consiglio e qualche aiuto potranno risollevarsi.

Mi hanno incuriosito perché, pur essendo format nati fuori dallo stivale, poi importati, molti di quei titolari delle imprese in crisi erano italiani o discendenti da italiani.

Cucine ormai allo sbando, menù fuori contesto geografico o mai rivisti da decenni, cibi congelati cucinati come nemmeno un pastone per cani, scortesia e ritardi nel servire clienti, arredi provati dall’età o decisamente fuori stile messi alla bella e meglio in sala, nessuna intesa tra il personale se si tratta di ristoranti, tavole calde o pizzerie; mobilio consunto, sanitari, piastrelle e lavabi sporchi o rotti, impianti non in sicurezza, servizio in camera o alla reception poco cortese e mal raccordato con le iniziative turistiche della zona se, invece, il  programma era destinato ad hotel.

Tutto porta ad una scarsità di clientela, a deficit di esercizio impressionati ad un ulteriore e forse definitiva demotivazione del personale lavorante e dell’imprenditore. Imprese in piena ed ultimativa crisi, insomma.

Ma la forza del format televisivo è l’arrivo, a telecamere rigorosamente accese, del “settimo cavalleggeri”, del consulente di successo, del “salvatore della patria”. Bastano qualche ora di osservazione, qualche consiglio in altrettante riunioni col personale, chef e camerieri compresi, qualche cambiamento di ricetta e un po’ di soldi per rifare sala da pranzo e qualche pezzo di ristorante o albergo; ualà dopo qualche giorno, miracolosamente, la clientela riappare in massa e decisamente contenta di spendere in quel locale.

Al di là della sceneggiatura o del necessario grado di finzione che con una produzione televisiva in perfetto stile è necessario ed ineludibile ci sia quello che interessante è sottolineare la cultura, l’antropologia, del canovaccio che si cela dietro questi programmi che ci vengono riproposti. Una cultura tipicamente, purtroppo, tutta italiana ma che verosimilmente siamo in grado di esportare. Quella cultura magari in cui ci si riconosce e che rende i programmi appetibili al pubblico. Qualcosa di studiato, credo.

I suoi punti qualificanti, oggi, mi appaiono:

1) abbiamo bisogno di toccare il fondo del barile oppure “il fattaccio brutto” per poi porci il problema e chiedere aiuto;

2) non pratichiamo l’applicazione pratica dei termini manutenzione, miglioramento, verifica;

3) abbiamo bisogno del “salvatore della patria”, dell’uomo forte che dall’esterno ci addestri e ci  imponga il cambiamento.

La speranza, insomma, non viene mai da quello che fai, dal cambiamento che riesci a provocare in te stesso e in quelli che ti circondano: la speranza è nel miracolo, in San Gennaro.

Ecco, se uno ha a mente la situazione italiana in materia di Legalità, Giustizia, Economia ed imprese, Servizi alla persona, Diritti civili e politici ebbene non potrà non comprendere quanto la cultura di quei format televisivi ci appartenga, sia nostra fino al midollo. Guardiamo quei programmi e ci piacciono ma non sappiamo il perché; in realtà parlano di noi italiani e possiamo in modo rassicurante guardarci allo specchio: tanto qualcuno a salvarci ci sarà e in qualche modo ce la faremo.

“Italia da incubo”.

 

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