C’è ostruzionismo e (c’era) ostruzionismo.

29 luglio 2014 - Opinioni avanzate.

Si fa un gran parlare, in questi giorni, di ostruzionismo: quello grillino, quello dei parlamentari dissidenti del PD. Ostruire vuol dire creare un ostacolo, richiamare l’attenzione del paese, dell’opinione pubblica come delle massime istituzioni, mediante un grumo, una dilatazione delle proprie funzioni sino al massimo possibile. Equivale a lanciare un’allerta di fronte a qualcosa che non sta andando, a qualcosa di pericoloso per l’ordinamento stesso, per lo Stato di diritto, per il funzionamento democratico.

L’ostruzionismo non è fine a se stesso, non è la rivendicazione della presenza di chi lo pone in essere: ha storicamente avuto una funzione nobilissima. Non veniva riaffermato l’ego di chi “ostruiva” il condotto apparentemente obbligato o scontato ma tramite la sua azione si indicava, agli indifferenti o ai malamente interessati, la luna.

L’ostruzionismo parlamentare, di oggi, complice anche l’evoluzione dei Regolamenti, si esprime nella forma (forse l’unica possibile) della presentazione di una miriade di emendamenti, di proposte di correzione ai testi di legge in corso di approvazione. Così facendo, forse nemmeno per colpa di chi lo pone in atto, il “grumo” posto finisce per secondare la deriva negativa in atto, non per ostacolarla.

Se ci si pensa un attimo  il Parlamento è divenuto un “votificio”, una fabbrica di voti e di leggi; non si parla più, non si discute e i tempi della discussione, del contraddittorio e del dialogo tra idee ed opzioni diverse, vengono esercitati dappertutto tranne che nel luogo deputato. L’ipertrofia legislativa italiana ne costituisce una prova.

Presentare migliaia di emendamenti va semplicemente in questa direzione, non vi si oppone e, d’altronde,  non si sa come potrebbe; va in una direzione coerente a ridurre le due Camere italiane ad una agenda di votazioni, di pareri del Governo e del relatore,  di conteggi costanti di presenti, votanti, favorevoli, contrari ed astenuti; di ridurre le funzioni parlamentari alla ratifica di decisioni altrove.

Questo è, purtroppo, l’ostruzionismo di oggi. Ridotto da una deriva falsamente e ipocritamente efficientista, da uno svilimento della legge a mero provvedimento di composizione di interessi concreti e di decisioni calate sul Parlamento e a cui si impongono anche le votazioni finali e, pertanto, da uno svuotamento di importanza dell’esercizio stesso della funzione legislativa. Deriva vissuta dagli attuali come dai precedenti parlamentari in modo inconsapevole e incosciente: l’incoscienza e l’impreparazione di chi è nominato, di chi non ha lottato per esserci, per conoscere il funzionamento della “macchina” democratica e la sua evoluzione.

C’era, quando i Regolamenti Parlamentari lo permettevano, un ostruzionismo diverso; un ostruzionismo capace di enfatizzare, sublimare quasi, la stessa funzione legislativa, il dibattito tra “diversi” che deve avvenire nel luogo delle somme conoscenze e del sommo dialogo. Ora il contigentamento dei tempi, facoltà ad appannaggio del Presidente della Camera e di quello del Senato, lo rende, in questa forma, in più di un’occasione praticamente impossibile.

Tanto per ricordare il primo episodio di ostruzionismo autentico data anno 1949 con la Costituzione che è appena entrata in vigore. Il 19 marzo è in discussione l’autorizzazione al governo di firmare il Patto Atlantico. Il deputato del Pci, Calo Cerruti, ex partigiano di Vercelli, per otto ore e mezzo motivò il dissenso del suo partito. Non gli fu da meno Giancarlo Pajetta che di ore ne spese cinque più che altro nel tentativo di suscitare da parte degli avversari una reazione tale da far sospendere la seduta. Gli interventi andarono avanti per cinquantuno ore.

Ma chi fornisce il modello del tipo di ostruzionismo è proprio Marco Pannella con le pattuglie radicali. Nel 1976 è lui che parla più a lungo alla Camera su due argomenti scottanti arrivati in Aula l’uno dopo l’altro nello spazio di tre giorni. Il primo riguarda la revisione del Concordato del 1929 tra Stato e Chiesa, contenuta in una bozza fatta propria dal governo monocolore Andreotti (detto della “non sfiducia”), e respinta dall’oratore, che vi contrappone la tesi dell’abolizione del regime concordatario. Il secondo è il Trattato di Osimo tra Italia e Jugoslavia, la cui parte riguardante la zona industriale da creare nella zona del Carso e contestata per ragioni ecologiche e di equilibrio ambientale.

Nell’aprile del 1978 c’è ancora un lunghissimo discorso di Marco Pannella contro la proposta di legge Balzamo sull’aborto, giudicata insufficiente a garantire alla donna il suo pieno diritto alla autodeterminazione e considerata solo un espediente per evitare il ricorso al referendum voluto dai radicali.

 

Tenzin Gyatso, 14th Dalai Lama with Marco Pannella

Tenzin Gyatso, 14th Dalai Lama with Marco Pannella (Photo credit: Wikipedia)

I “discorsi-fiume” veri e propri si hanno tra la fine di gennaio e i primi giorni di febbraio 1980 e vengono pronunciati non da Pannella, ma dai suoi compagni del Gruppo radicale, costituito di 18 deputati, che da soli assumono l’iniziativa di fare ostruzionismo al disegno di legge per la conversione in legge del decreto, già approvato dal Senato, concernente “misure urgenti per la tutela dell’ordine democratico e della sicurezza pubblica”. Un vero e proprio assalto alle libertà democratica, una sospensione democratica di cui il Parlamento dovrebbe rendersi corresponsabile.

 La materia del contendere riguarda, infatti, le norme eccezionali escogitate dal governo Cossiga per condurre in modo più efficace la lotta contro il terrorismo organizzato. Soprattutto è messo  in discussione una nuova forma di fermo di polizia di tipo prolungato anche per la presenza di meri sospetti o indizi al fine di svolgere ulteriori accertamenti ed indagini in materia di terrorismo. Una sorta di fermo preventivo. I deputati radicali, i soli a contrastare con l’ostruzionismo queste norme, presentano ben 7500 emendamenti, quasi tutti formali, al disegno di legge. La loro presentazione è propedeutica alla loro illustrazione tramite vere e proprie “maratone parlamentari”.  Per illustrarli, sedici di loro si sottopongono alla fatica di parlare complessivamente per 95 ore. Pannella parla per ultimo e si accontenta di pronunciare un discorso di 3 ore e 10 minuti, restando quasi in coda ad una classifica che vede Roberto Cicciomessere (già segretario nazionale del PR nel 1970 e 1971) battere tutti i suoicompagni di gruppo con 11 ore e 35 minuti. Quando Cicciomessere fa il suo exploit, il giorno 9 febbraio, i suoi predecessori avevano già raggiunto misure di tempo eccezionali fino ad allora: Gianluigi Melega (un ex giornalista che fu anche direttore de “L’Europeo“) aveva parlato il 29 gennaio per 8 ore e 45 minuti; Alessandro Tessari, un ex comunista passato  ai radicali, nella stessa giornata per 10 ore e 30 minuti; Marco Boato (uno dei fondatori di “Lotta Continua”, aderente poi ai “Cristiani per il socialismo”, fondatore dei “Verdi”) il 30 gennaio per 9 ore; Massimo Teodori (cattedratico di storia con al suo attivo molti saggi storici e politologici per 10 ore e 10 minuti; Marcello Crivellini (docente al Politecnico di Milano) per 10 ore esatte. Questo faticoso impegno oratorio impressiona non poco l’opinione pubblica.

Più che l’illustrazione dei 7500 emendamenti questo torneo oratorio fu tutta una filippica contro il governo e contro una classe politica giudicati incapaci di fronteggiare il terrorismo senza ricorrere – come disse Pannella – a “misure stupide” e “imbelli”, quali il prolungamento da due a sei giorni del fermo di polizia e la riduzione di pena del terrorista che volesse collaborare con la giustizia ( i cosiddetti “pentiti”), mentre sarebbe bastato usare meglio le leggi esistenti. Il rimando al codice fascista Rocco fu frequente in tutti gli interventi e così pure fu ribadita l’avversione, per provata inefficacia, alle misure di polizia assunte dal ministro della Giustizia Reale al tempo del IV governo Moro.

 L’anno successivo – il 1981 – discutendosi la conversione in legge del Decreto Legge 12 dicembre 1980 n. 851, che prorogava il fermo di polizia (di cui all’art. 6 della Legge 6 febbraio 180 n. 15, ossia quello più contrastato nella già ricordata seduta-fiume del 23 gennaio), i radicali confermarono la loro precipua vocazione a fare dell’ostruzionismo mediante “discorsi-fiume”.

 Tutto questo susseguirsi di discorsi, di giorno e di notte, dette luogo a tanti episodi, umoristici alcuni, ed altri invece, piuttosto gravi. I presidenti di turno intervennero frequentemente per vari motivi. Pertini, per esempio, il 26 agosto del 1970, accortosi che Lucio Libertini aveva impiegato un’ora per promuovere soltanto poche proposizioni, tolse la seduta rinviandola al giorno successivo e non mancò poi di interrompere polemicamente l’oratore. La presidente Leonilde Iotti dovette rimproverare a Massimo Teodori di fare riferimenti polemici a decreti discussi in passato alla Camera, ma mai diventati legge. Il vicepresidente Luigi Preti, trovandosi a presiedere l’Assemblea durante la notte del 10-11 febbraio 1981, occupata da Boato, ricorse al binocolo per verificare se l’oratore si servisse di appoggi o tentasse di sedersi, e gli negò più volte di sorseggiare un cappuccino, attenendosi strettamente al regolamento, che ammette soltanto l’uso di acqua zuccherata.

 La cosa che tuttora sorprende è il fatto che sia nel 1980 sia nel 1981, gli oratori radicali non si allontanarono quasi mai dal tema centrale del dibattito, anche se fecero ampiamente ricorso a citazioni di brani, da libri, da giornali o da resoconti parlamentari di legislature passate.

Molte altre furono le occasioni di ostruzionismo coerente messe in campo dai Radicali di Pannella. Altre se ne ricordano messe in campo anche da altri.  Il decreto Craxi sulla scala mobile, infatti, si scontrò con l’ostruzionismo comunista. Furono studiati più di mille emendamenti. Tutti i deputati si iscrissero a parlare e avevano l’impegno di applaudire a lungo.

 Insomma c’è ostruzionismo ed ostruzionismo. Ma soprattutto c’era un ostruzionismo, che io amo definire costituzionale quello dell’estensione della “parola”, della conoscenza e del dibattito pubblico, che si dovrebbe avere la voglia e la forza di far tornare modificando i Regolamenti di questi opifici del voto che in realtà dovrebbero essere meravigliosi Parlamenti.

› tags: Camera / democrazia / maratone oratorie / Marco Pannella / Massimo Teodori / ostruzionismo / Parlamento / radicali / senato /

  • Guest

    C’è un ulteriore aspetto, nell’attuale fenomeno, che forse sfugge. Di solito le posizioni degli ostruzionisti godono di un buon consenso popolare: magari non maggioritario, ma certamente incoraggiante per esaspera l’esercizio del diritto di tribuna . I contestatori dell’ attuale riforma del senato (la minuscola è d’obbligo) si sono ben guardati, stavolta, dall’accettare la sfida della “bellissima ministra”, e hanno reagito, addirittura con stizza, all’offerta di garanzie per un passaggio referendario che consegnerebbe al popolo la decisione. Certo, non cambierebbe molto, ma se davvero gli ostruzionisti fossero stati in buona fede avrebbero colto l’occasione per rafforzarsi, per accaparrarsi la cospicua fetta di consenso che la battaglia “giusta” normalmente garantisce. La linea ostruzionista, evidentemente, non è ritenuta spendibile nemmeno dai suoi accaniti sostenitori. Rigettando l’offerta della “nostra meravigliosa ministra” i sedicenti difensori della costituzione e della democrazia hanno dimostrato urbi et orbi che nei loro 7000 emendamenti si declina un disperato tentativo di auto-conservazione.