Chapeau

27 luglio 2014 - Old / Sport e dintorni

Fino a qualche anno fa il mio interesse per le grandi corse a tappe ciclistiche era davvero notevole. Ricordo che da piccolo mio padre e mia madre mi portavano a vedere il passaggio o l’arrivo del Giro d’Italia lungo le vie di Rieti. Nitido è ancora il ricordo di una corsa rosa che arrivava, dopo aver scalato il Terminillo, proprio lungo Viale Maraini, a due passi dalla casa dei nonni.

Ero sinceramente ammirato già della carovana che in poche ore di lavoro alacre, cambiava il volto di un pezzo della città ma senza snaturarlo, tentando un’armonizzazione con strade, edifici e monumenti; metteva su palchi, transenne, gazebo, stand, spazi per le squadre, per l’organizzazione, i cronometristi, gli ospiti e il pubblico, sistemava  i volontari lungo le vie e gli incroci con un’opera da formiche senza pari.

Poi mi spellavo le mani al passaggio di ogni ciclista, dal primo all’ultimo, dal candidato alla vittoria a quello dell’arrivo fuori tempo massimo; mi piaceva e non poco quest’attitudine che si sviluppava, quella di sostenere con l’applauso il passaggio di tutti gli atleti in gara, in realtà senza sapere nemmeno il nome chi si stava applaudendo. Si incoraggiava lo sforzo, si ringraziava per lo spettacolo offerto, lo si faceva per tutti senza distinzioni: una forma di uguaglianza che veniva naturale.

Col tempo è venuto il momento anche di apprezzare, in tv, le tappe che non passavano per Rieti. Mi emozionavano le tappe di montagna. E’ forse la ragione che ha spinto a seguire, pure magari a praticarlo, il ciclismo milioni di italiani.

Non era semplicemente una questione della indubitabile bellezza dei paesaggi attraversati: le Dolomiti in Italia,  i Pirenei per i passaggi della Vuelta ispanica e del Tour francese; quello che mi teneva incollato al televisore non era nemmeno lo sforzo, la fatica, l’ardore che esprimeva chi si cimentava in testa al gruppo in quelle erte salite, dalle pendenze impossibili.

Ero preso da un momento in particolare, e dalla sua potenziale ripetizione nel corso della tappa riservata agli scalatori: lo scatto di chi si riteneva il più forte, di chi voleva vincere.

Si cominciava dal rito preparatorio, dai big che si studiavano, dagli scalatori che si alternavano davanti al gruppo dei migliori ed avanzavano per tentare di scrutare il volto degli altri, comprendere se stavano faticando quanto o più di loro. Erano minuti comunque passati in salita, nella fatica della pendenza via via più ostica, di attesa; di attesa che qualcosa di importante potesse accadere.

Pedalata dopo pedalata disperavo, perché sottraevo tempo allo studio, ma rimanevo incollato alla Rai, alla cronaca di De Zan, per ammirare le gesta dell’eroe di giornata, del ciclista che abbandonando ogni tatticismo infilava la “rasoiata” decisiva. Non mi entusiasmava chi saliva su regolare, col suo passo sostenuto, tentando di fiaccare le resistenze altrui.  Mi prendeva chi, dopo un po’, “zac” partiva e lasciava di stucco gli altri che non avevano la gamba e il fiato per seguirlo.  Più Chiappucci,  Bugno e  Pantani che Moser o lo spagnolo Indurain, insomma. Erano le cose più simili alle gesta di Coppi e di Bartali e le loro sfide epiche su strade sterrate ed innevate.

E’ arrivata poi la medicina, anche nello sport, con lo scopo di migliorare non solo la salute ma anche le prestazioni e con lei il doping. Conconi docet. Il sospetto o la certezza ha accompagnato un po’ tutti i ciclisti di grido di fine anni ottanta, degli anni novanta e duemila: Armstrong, Basso, Urlich, Rijs, Garzelli, Di Luca e lo stesso Pantani.

Non sono un moralista e sinceramente penso che l’opzione penale anche in questo campo non risolva proprio il problema che si prefigge di affrontare, anzi tende ad aggravarlo.

Ma la passione per il ciclismo è un po’ svanita, si è affievolita: era come acquisire la consapevolezza di vedere una gigantesca tournee di wrestling. Tutto finto, tutto costruito ed alterato dalla ricerca medica. In salita era come se vincesse uno staff medico miglior di un altro, piuttosto che un ciclista migliore di un altro.

Oggi  Nibali –  chapeau – proprio mentre scrivo si accinge a vincere il Tour de France. L’anno scorso aveva vinto il fratello minore, il Giro d’Italia. Mi sembra abbia riacceso gli entusiasmi degli italiani nei confronti di questo sport. Così, anche sollecitato dagli amici, sono andato ad approfondire.

Leggo, con piacere, che qualcuno ha già notato qualche importante differenza rispetto al passato fatto di doping e dopati. La prima è che Nibali non ha mai sostenuto più di una corsa a tappe per ogni anno solare: o la Vuelta, o il Giro e quest’anno il Tour de France; mai due o tre assieme come era la regola nel passato. La sua preparazione si è potuta meticolosamente concentrare su un appuntamento unico e fondamentale per ciascun anno. E in più ci arriva dopo un percorso di maturazione sportiva ed umana che l’ha portato sino alla soglia dei trent’anni, non un exploit, un “botto” improvviso.

Vorrei dire questo, che bisogna sapere aspettare, come ho fatto io, senza pretendere di avere tutto subito. E poi bisogna circondarsi di persone sagge, corrette, giuste. Io ho avuto questa fortuna. E ho fatto un cammino molto lungo prima di raggiungere i miei sogni di ragazzino. Al mio secondo Tour sono arrivato settimo, a 1 minuto e mezzo dal podio, e ho capito che su quel podio ci potevo salire, migliorando ancora. E ci sono salito...”

La seconda è che le comparazioni con le prestazioni di colleghi di qualche anno fa non reggono. Nibali è nettamente più lento, tutti in questo Tour de France sono più lenti in salita; probabilmente sono più puliti o forse definitivamente puliti. Solo per esempio la prestazione di Riis nella tappa della corsa in giallo dello Hautacam è considerata dai tecnici la più estrema della storia del ciclismo, il simbolo degli anni di piombo di questo sport. Riis salì in cima alla vetta pirenaica in 34’45” divorando 1.839 metri l’ora di dislivello e pestando sui pedali 480 watt di media. Nibali (per la prima volta impegnato al massimo in salita durante la Grande Boucle) ha impiegato 37’34” sfiorando appena i 400 watt. Quasi tre minuti in più su trentasette di corsa: la differenza tra un professionista e un dilettante, tra un campione e un brocco, possibilmente tra un dopato e un atleta pulito. Anche il Lance Armstrong del 2000 (che non conquistò la tappa ma indossò la maglia gialla) avrebbe stracciato il siciliano, rifilandogli quasi un minuto e mezzo. Almeno altri venti corridori (tra cui oscuri gregari di cui si è persa ogni memoria) andarono più forte di lui.

Rjis che confessò pubblicamente di aver fatto uso di Epo: aveva   il sessanta per cento di globuli rossi nel sangue. Nibali oggi non arriva al 45 dopo una specifica preparazione fatta in montagna.

Cosa ci sarebbe dietro le imprese del corridore siciliano ? Preparazione meticolosa come dice il suo allenatore: “Non sono state sempre rose e fiori. Vincenzo è un corridore d’istinto, un ragazzo che sa essere testardo, che non vuole rivedere le sue idee. Non capiva a cosa servissero certi test, ma il ciclismo è fatto anche di numeri. Non solo di quelli, perché senza metterci il cuore non si va da nessuna parte, ma anche di quelli. Non è un caso se tanti campioni negli ultimi anni si appoggiano a ricerche di università famose. Da quando Vincenzo sta attento ai dettagli, in corsa sbaglia meno, anche se sbagliare gli è servito…”; ma anche uno studio specifico sulla posizione in sella e una serie di ritiri ed allenamenti in altura, di pratiche virtuose e meticolose nel campo dell’alimentazione (lo stesso Nibali ha detto di esser costretto a contare le gocce d’olio da mettere nel suo pranzo).

Ma c’è soprattutto un’altra storia che racconta meglio di tutte il rigore di Vincenzo Nibali, e risale alla Vuelta. Vincenzo era stato punto da un’ape, durante una tappa. Vincenzo ha avuto una violenta reazione allergica. Il giorno dopo il suo viso era gonfio, tumefatto, sembrava che qualcuno l’avesse pestato. Correre in quelle condizioni sarebbe stato un incubo. Gli stessi ispettori dell’antidoping gli avevano dato il permesso di fare delle iniezioni di cortisone, che in condizioni normali sono considerate dopanti che ma possono essere usate per motivi strettamente medici, come uno shock allergico da puntura di ape.  Ma lui, niente cortisone, ha corso con la faccia gonfia. Ha finito la tappa. Ha conquistato la maglia rossa.

Per questa maglia gialla, invece, incrociamo le dita e, per una volta, fidiamoci. Complimenti, squalo siculo.

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