Tamoil, Cremona e l’associazione radicale Piero Welby.

22 luglio 2014 - Edicola online / Old

 Questa è una storia che non leggerete molto facilmente soprattutto nelle testate giornalistiche nazionali e comunque non la leggerete così come la sto raccontando.

E’ la storia dei radicali innanzi tutto, dei radicali cremonesi e di Sergio Ravelli, radicale tanto storico quanto ignoto.

Sono più di trent’anni di iniziative, di denunce pubbliche e portate sui tavoli dei magistrati, di interrogazioni parlamentari grazie all’allora onorevole Maurizio Turco, di petizioni alle autorità locali,  persino la pubblicazione di un libro dal titolo “Gheddafi a Cremona” che  i radicali hanno portato avanti per sottolineare come gli stabilimenti della Tamoil della città lombarda abbiano inquinato il territorio.

 

Panorama of Cremona, with the Torrazzo di Crem...

Panorama of Cremona, with the Torrazzo di Cremona visible (Photo credit: Wikipedia)

 E’ dagli anni cinquanta che c’è un sito di raffinazione a Cremona prima per un’iniziativa dell’imprenditoria locale che trasforma una zona di mero deposito in un impianto di trasformazione per prodotti da commercializzare in loco. Solo nel successivo decennio solo tramite filiali italiane controllate, dall’Amoco Oil prima e dalla Tamoil dopo, inizia il processo di internazionalizzazione e di passaggio a quantità decisamente maggiori di raffinazione e produzione di idrocarburi finiti o semi-lavorati.

 Ovviamente  le lotte radicali, a differenza di quelle grilline che sono sui media un giorno sì e l’altro pure,  sono state tutte incentrate a superare  il peso avuto dalla raffineria nella storia della città, sui condizionamenti che la presenza dell’azienda ha portato alla vita politico-sociale di Cremona e il pesante inquinamento ambientale prodotto in una delle zone verdi più frequentate dai cremonesi. Per dirla con le parole di Sergio Ravelli “temo che la frittata sia fatta e che purtroppo sia tardi per porvi rimedio. Una delle più belle aree verdi della città resterà in gran parte contaminata e sotto la spada di Damocle di un deposito che è quello di sempre, con la stessa vetusta rete sotterranea e con gli stessi serbatoi in larga parte gravemente ammalorati”.

 Si è provato col tempo a far alzare il velo dell’ipocrita omertà, quasi come un’Ilva padana, dove, c’è da immaginarselo pubblicamente o meno, mentre Gheddafi ancora spadroneggiava in Libia e godeva di buonissimi uffici in Italia anche di tipo economico (la Tamoil è stata sponsor della Juventus, il regime libico gode di entrature economiche in Unicredit), si agitavano e si contrapponevano all’esigenza di tutela della salute pubblica e dell’ambiente quella del lavoro, dell’impiego di centinaia di cremonesi e dell’indotto.

La magistratura sollecitata non ha potuto far finta di niente tanto erano documentati gli effetti nefasti delle operazioni degli stabilimenti petroliferi in terra lombarda. Si è arrivati fino a ieri, fino alla sentenza di ieri.

Sono stati condannati quattro dei cinque dirigenti Tamoil a processo a Cremona per l’inquinamento dei terreni. Dopo sette anni di indagini e quaranta udienze il gup Guido Salvini ha inflitto la pena più pesante, per disastro ambientale doloso, ai manager Enrico Gilberti e Giuliano Guerrino Billi. Sei anni più sei mesi di arresto per l’inquinamento del sottosuolo e 9mila euro di ammenda per il primo, tre anni per Billi. Il libico Mohamed Saleh Abulaiha e Pierluigi Colombo sono stati invece condannati per disastro ambientale colposo. La pena stabilita è di un anno e otto mesi, più quattro mesi di arresto e 6mila euro di ammenda. Assolto invece il quinto imputato, il francese Ness Yammine, per non aver commesso il fatto: era arrivato infatti a Cremona solo nel 2007 e non era a conoscenza della situazione precedente.

Nel 2001, quando Tamoil si era “autodenunciata” come sito inquinato. In questo modo la compagnia libica si era avvalsa della normativa che consentiva la non punibilità per gli inquinamenti precedenti, ma obbligava a informare Comune, Regione e Arpa della reale situazione di inquinamento. La compagnia avrebbe dovuto anche attivarsi per ripulire le falde dei terreni inquinati. Tamoil era all’epoca proprietaria della raffineria che oggi è soltanto un deposito, situato a pochi passi dall’argine del Po e a meno di due km dal centro della città. L’inquinamento aveva investito non solo la zona del sito industriale ma anche i terreni esterni vicino all’argine del fiume in cui si trovano affollati circoli ricreativi di Cremona con piscine e attrezzature sportive.

 La perizia di 368 pagine disposta dal giudice aveva smontato la ricostruzione della difesa, secondo la quale l’inquinamento era “storico” e precedente alle attività della raffineria: i tre periti hanno stabilito che l’inquinamento è “riconducibile in modo univoco ai processi chimici svolti negli anni nello stabilimento petrolchimico”. Tra l’altro la perizia ha rilevato una forte presenza di MTBE, l’additivo usato per la benzina verde solo dalla prima metà degli anni 80.

A partire dal 2007 sono stati estratti dal terreno e dalla falda acquifera enormi quantità di idrocarburi contenenti tra l’altro anche benzene. Dalla fine del 2008 al 2011 sono stati recuperati 1800 metri cubi di idrocarburi che galleggiavano sulla falda acquifera. I terreni della raffineria e a valle sono ancora intrisi di queste sostanze.

 Nel corso del giudizio abbreviato è stato infine scoperto che lo sversamento di idrocarburi era continuato anche dopo il 2001, data della “autodenuncia”, a causa delle pessime condizioni della rete fognaria della raffineria: in aula sono stati sentiti anche ex dirigenti ed ex dipendenti di Tamoil assieme a dipendenti di alcune ditte esterne che avevano parlato di rete fognaria “gruviera” all’origine dell’inquinamento, delle criticità strutturali delle condotte fognarie e di come l’azienda fosse consapevole di inquinare intervenendo però tardivamente sulle sue fogne colabrodo.

 Ma la lotta radicale non si è fermata al sostegno dell’azione penale per disastro ambientale. Gino Ruggeri, dell’associzione Radicale Piero Welby, si è costituito parte civile: lo ha fatto per l’inerzia del Comune di Cremona, sostituendosi ad esso e il risarcimento di un milione di euro a titolo di provvisionale che gli è stato riconosciuto sarà convogliato in favore dell’amministrazione comunale che il cittadino ha rappresentato.

 Ora il PD provinciale gli rende un plauso pubblico: “Onore al merito ed un sincero ringraziamento a Gino Ruggeri dei Radicali che si è costituito parte civile al posto del Comune.”

 Ma così lui stesso racconta la vicenda e la sua costituzione in giudizio: “Nel 2011 la Tamoil stava per chiudere. Si era in piena emergenza libica, c’era la possibilità di chiedere il sequestro e il blocco dei beni, e invece i vertici locali, sia la maggioranza che l’opposizione, si sono genuflessi, accettando un accordo come se l’inquinamento non ci fosse. Era stato presentato come un accordo strappato per garantire i lavoratori (oltre 300). Alla fine la gran parte è stata licenziata, ora è diventato un deposito. […] L’azione popolare viene accettata dal giudice il 19 giugno 2012. La particolarità della nostra azione è che mentre le altre volte le istituzioni restavano inerti, in questo caso il Comune dice che è sbagliato per rispetto della controparte in base all’accordo del 2011 e perché non aveva subito danni. Invece è stato riconosciuto il disastro ambientale. È la prima volta che un giudice accoglie un’azione popolare nonostante l’istituzione dica no“.

 Insomma i radicali cremonesi, come al solito, sono stati soli, troppo soli per lunghi trent’anni; ora si ha la tentazione di salire sul carro del vincitore: che non si annacqui tutto in vista dell’intuibile processo d’appello.

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