Certe volte, certe vite

22 luglio 2014 - Opinioni avanzate.

Amo viaggiare sui treni, in generale su quelli che una volta si chiamavano mezzi pubblici ma che ora, in corso di privatizzazione, di pubblico hanno solo  la socializzazione del disagio e la moltitudine di persone che li affollano; oppure mi piace viaggiare in macchina ma da passaggero. Certe volte, cosi’,  capita di distrarmi con le persone che incontro: mi basta osservarle, vedere la loro capigliatura, le rughe che puo’ nascondere un trucco troppo evidente per esser vero,  sbirciare le loro mani mentre gesticolano coi vicini, sentirle parlare tra di loro solo per capire quale accento o idioma tradiscano.

Certe volte  da pochi indizi immagino una storia, la loro; provo a vedere la loro giornata, la loro settimana, la loro vita. Non so se e’ un gioco o una necessita’.

Mi capita di osservare quella signora alla fermata dell’autobus di domenica mattina, in attesa della corsa per la capitale. E’ una donna corpulenta, capelli lunghi e raccolti con una tinta biondiccia, tenuta male e da cui si nota una ricrescita bianca; la sua chioma ispida, lo shampoo che usa non è forse dei migliori.

Mi basta sentirla parlare al telefono per dedurre che non è italiana: forse deve essere ucraina.

Da lì i miei pensieri fluiscono, liberi ed immagino che stia andando a passare il suo riposo settimanale con le altre connazionali a Roma, forse a pranzare con qualche parente, una sorella o una nipote. Di sicuro fa la badante per qualche vecchio, magari allettato, che non ha più la moglie, di quelli che i figli durante la settimana, per via del lavoro e degli appartamenti modello alveare che gli italiani possono permettersi, non possono assisterlo; oppure è quel vecchio che è rimasto solo perché non c’è più la volontà di tenerselo in casa, perché bisogna andare a divertirsi con gli amici o andare i vacanza tutte le estati.

Penso che questa donna se lo tiri su, ogni santo giorno, per portarlo al bagno, per lavarlo, per accudirlo come se fosse la sua donna; magari col tempo diverrà una di casa, una di famiglia non semplicemente una badante; oppure no, oppure quel rapporto rimarrà solo professionale, freddo e calcolato come deve essere un rapporto meramente lavorativo.

D’altronde una famiglia lei ce l’ha già. Il marito e figli sono in Ucraina; ogni mese va in posta e gli spedisce duecento o trecento euro dei seicento che prende. L’Ucraina ? Dove staranno, in quale regione abiteranno i parenti della signora alla fermata ? Saranno al sicuro oppure stanno rischiando la vita nel bel mezzo del conflitto ? Oppure sono attivisti: saranno filo russi o appoggeranno il nuovo governo ? O, come spero se sono in pericolo di vita, questa signora coraggiosa alla fermata ha già pensato come farli arrivare in Europa ?

Che vita che fanno. Ne sarei capace ? E, intanto, arriva l’autobus e la signora scompare avviluppata nella scatola di metallo blu dalle porte che richiudono, come non fosse mai esistita.

La fermata rimane nuda e cruda: un palo ben piantato nell’asfalto del marciapiede con la scritta blu, su un campo bianco, “Cotral. Fermata a richiesta”.

Quella stessa richiesta di fermata che la presenza di una donna di colore, quasi sicuramente nigeriana, faceva qualche sera prima ai suoi soliti clienti. Non aspettava di certo l’autobus blu ma il suo era, credo, semplicemente uno stratagemma per evitare sanzioni; magari anche a Rieti il comune si è prodotto in un’ordinanza antiprostituzione.

Mi viene da pensare. Penso a chi l’ha inviata qui come una macchina per fare soldi il più in fretta possibile, per fare cassa per una famiglia numerosa in una delle megalopoli, da 7-8 milioni di persone in su, nigeriane. Lì si può ancora morire di fame e di malattie dovute ad una malnutrizione e le case nei villaggi che fanno da barriere alle città sono ancora poco più che capanni.  Sarà contenta ? Riterrà quello che fa normale ?

Vive, si fa per dire, la sera e la notte. Di giorno probabilmente dorme assieme a delle connazionali in uno dei tanti appartamenti trasformati in affittacamere di fatto oppure verrà anche da lei da Roma: in una piccola realtà provinciale essere riconosciuta come quella che fa “il mestiere” quando le luci del sole si sono spente non deve essere proprio gradevole, neanche se si deve semplicemente andare a fare  la spesa.

Penso che, prima  o poi, dovrà esservi qualcuno che gli aprirà gli occhi e la famiglia dovrà finire per accettare, ogni mese, quei pochi soldi, gli stessi che la badante ucraina riesce ad inviare alla sua di famiglia.

Esiste un’alternativa, magari più tortuosa e di più lungo periodo, a tutto; esiste un’alternativa anche ai margini sociali a cui sei costretto dalla professione più antica del mondo, che da noi continua ad essere sostanzialmente illegale. Esisterà per lei un amore, un desiderio di essere mamma in ragionevole conflitto con l’idea di dover far soldi per la sua famiglia d’origine ?

Non esistono più l’intercity di una volta; ora tutto è high, è speed and velocity. Prima quei salottini da sei posti ti costringevano, perlomeno di giorno, a socializzare coi tuoi vicini. Ne avevi il tempo e lo spazio giocava a favore della chiacchierata, perlomeno dell’ “impicciarsi” dei fatti altrui; non c’erano nemmeno gli avvertimenti sull’uso moderato del telefono cellulare e le numerose fermate nei diversi capoluoghi di provincia attraversati erano spunti incredibili di conversazione.

Così mi è capitato di condividere il viaggio con una mamma coi suoi due bambini, una femmina e un maschietto, che andava al mare una decina di giorni.

E’ bastata una sola telefonata al papà per comprendere che non era annoverabile  tra quegli uomini rimasti in città a lavorare mente la famiglia in qualche modo andava a spassarsela in ferie ma invece, in qualche modo, era separato o divorziato con la mamma dei suoi figli. I bimbi sembravano comunque felici, non c’era tensione nelle loro parole, nei loro gesti: sarà perché pregustavano la spiaggia, l’acqua e qualche giorno di sano divertimento oppure perché i genitori erano stati bravi fin lì a gestire questo passaggio, la fine del loro rapporto. Oppure tutte e due le cose assieme.

Sta di fatto che in pochi minuti mi ero ritrovato coinvolto nei loro giochi, quelli capaci di disturbare l’intero vagone, nelle loro letture dei fumetti, nell’inventare loro delle storie di eroi e maghi fantastici mentre la mamma provava a sonnecchiare un po’ per riprendersi.

Il loro accento era meridionale, forse di Napoli. Da come vestivano e dall’ingombro dei loro bagagli non sembrava un nucleo famigliare che se la stava passando male, nonostante la crisi. Da quello che avevo capito la donna faceva la commessa in un negozio e il loro papà un professionista, forse un architetto o un ingegnere.

Durante il viaggio ho pensato alle famiglie di una volta, a quelle che non si disgregavano quasi mai: non era sufficiente nemmeno una grave malattia per far naufragare una promessa matrimoniale. Ci si era scelti nella buona e nella cattiva sorte e quell’impegno, in qualche modo, doveva essere sacralmente onorato.

Non credo fosse nemmeno una questione di fede, di credere all’intervento divino mentre ci si era uniti; credo che fosse, invece, una questione di rispetto da meritarsi all’interno della comunità. Doveva potersi dire che le burrasche della vita, comprese quelle sentimentali, le avevano affrontate assieme, senza buttare anzitempo a mare un membro dell’equipaggio o peggio abbandonarlo vilmente il resto dell’equipaggio. Era una questione di essere considerati uomini e donne di tempra, di capacità di sopportazione, di dimostrazione del senso di attaccamento a tutte le famiglie di origine, di  capacità di attesa del momento felice che deve ancora venire: così ci si guadagnava il merito sociale nella piccola e media provincia italiana del centro-sud perlomeno.

Sta di fatto che anche una porzione di quella famiglia separata, in treno, mi era parsa felice, anzi lo era per davvero e che forse ove c’è libertà le due opzioni non sono in contraddizione ma semplicemente complementari, possibili entrambi, potenzialmente felici entrambi.

La badante, la donna nigeriana sulla strada, la mamma coi suoi due figli: storie e vite che si raccontano senza bisogno di molte parole.

Si è capito: certe volte amo viaggiare. Amo il viaggio, il tragitto che si fa, non solo i luoghi di partenza e destinazione. L’esperienza non è un solo fatto sensoriale, una situazione che hai fisicamente visto, toccato e dunque vissuto. Il viaggio non è solo reale, è un’esperienza interiore, perché certe volte, certe storie ti raccontano la vita in pochi fotogrammi. Ti raccontano una vita che anche un po’ la tua.

› tags: badanti / famiglia / mezzo pubblico / nigeria / Rieti / Roma / storie / treno / ucraina / viaggi / vita /

  • Sally Louise Williams

    Awesome. Questo é lo scrivere che mi fa emozionare. Dico “scrivere” perché il brano fluisce naturalmente come un fiume che segue il suo corso e da cui non si riesce a distogliere lo sguardo.