C’è chi si indigna e chi si impegna. Lo sciopero della fame di Rita Bernardini

19 luglio 2014 - Opinioni avanzate.

Siamo un paese strano, stranissimo, questo è vero. Un paese in cui Poste Italiane approva la trattativa Aliatalia-Ethiad e cioè un soggetto, facente ancora parte del “parastato” o più poeticamente delle società partecipate da capitale (e nonime) pubblico, che si occupa di raccomandate e risparmi è messa in condizionedi esprimere un parere vincolante su un’impresa che si occupa invece di trasporti e vettori aerei. Con quale competenza c’è da chiedersi ?

Siamo un paese in cui una sentenza di condanna nei confronti di un potente fa battibeccare ed indignare gli schieramenti apparentemente avversi, ma nulla di più.

Siamo il paese per cui una sentenza di assoluzione di un leader politico-imprenditoriale, che per più di vent’anni ha governato certe volte con maggioranze impressionanti senza cambiare alcunché, anzi anche contribuendo a far fallire azioni referendarie, viene considerato un via libera per le riforme istituzionali e quelle sulla giustizia, addirittura. Con quale credibilità ?

Ma siamo anche il paese in cui la forza politica più resistente nel panorama politico, quella dei Radicali, esprime un segretario, una donna come Rita Bernardini.

Attualmente è impegnata in un duro sciopero della fame per tentare di dare soluzione e dunque riforme, a partire da quelle previste dalla nostra Costituzione dell’aministia e dell’indulto, ad un’amministrazione della Giustizia, e non solo, in stato comatoso.

Proprio pochi giorni fa, infatti, una delegazione dell’Onu, guidata dalla professoressa norvegese Mads Andenas ha allargato il suo spettro visivo a tutti i regimi detentivi previsti dal nostro ordinamento, compresi quelli riservati ai migranti in attesa dell’esecuzione del rimpatrio.

Il Gruppo di lavoro diretto dall’esperto di diritti umani Mads Ande­nas ha “accolto con favore le recenti riforme per ridurre la durata delle pene, il sovraf­fol­la­mento nelle car­ceri e il ricorso alla custo­dia cau­te­lare”. Giu­di­cata posi­tiva anche “la sen­tenza della Corte Costi­tu­zio­nale che ha abro­gato le san­zioni indi­scri­mi­na­ta­mente ele­vate per i reati minori con­nessi alla droga, rista­bi­lendo quella pro­por­zio­na­lità tra reato e pena pre­vi­sta dal diritto inter­na­zio­nale. Lo stesso vale per le pene oggi meno spro­por­zio­nate per i reci­divi”. E apprez­za­menti pure per l’ “abolizione della cir­co­stanza aggra­vante della immi­gra­zione irregolare”.

“Tut­ta­via – si legge nel comu­ni­cato – c’è ancora pre­oc­cu­pa­zione per l’elevato numero di dete­nuti in attesa di giu­di­zio, e resta la neces­sità di moni­to­rare e con­te­nere il ricorso spro­por­zio­nato alla custo­dia cau­te­lare nel caso di cit­ta­dini stra­nieri e rom, anche mino­renni».

Tra le richieste fatte alle autorità italiane vi è quella di rispettare le nostre raccomandazioni” del 2008 e “quanto statuito dalla sentenza Torreggiani” incluse le proposte in materia di amnistia e indulto, sono “quanto mai urgenti per garantire la conformità al diritto internazionale”.

E qui si innesta l’azione nonviolenta del Segretario di Radicali Italiani, di Rita Bernardini, anche per segnalare casi emblematici di come, con disumanità si continui, nonostante le sentenze eccellenti, ad amministrare la giustizia e l’esecuzione della pena.; casi emblematici come quello di Bernardo Provenzano, proprio lui,  il mafioso (condannato per i gravi reati che ha compiuto) ma oggi gravemente ammalato.

Ci troviamo di fronte al caso di un ottantunenne, tenuto in regime di 41-bis (carcere duro), incapace di intendere, volere e agire, incapace di compiere gli atti quotidiani della vita, completamente allettato dal dicembre 2012, cateterizzato, nutrito con un sondino necessario anche per fargli assorbire i farmaci. Ci sono tre Procure antimafia che hanno chiesto di sospendergli il 41-bis. Provenzano non è più chiamato a deporre in giudizio perché incapace. Per disposizione della magistratura è stato nominato un amministratore di sostegno persino per notificargli atti. Il Primario ospedaliero del reparto del San Paolo di Milano ove è ricoverato ha certificato la sua incompatibilità con lo stato di detenzione in quel settore dell’ospedale per le cure di cui necessita. Di cosa stiamo parlando? Glielo dico: di uno Stato che, tenendo un uomo in quelle condizioni al 41-bis, si comporta peggio del peggiore criminale, violando e bestemmiando la Costituzione e i vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali.” dice Rita Bernardini in una sua recente intervista pubblicata su Notizie Radicali.

E alla domanda sugli obiettivi e sulle proposte che intende portare avanti con lo sciopero della fame ci tiene, come sempre, a dire che non è solo testimonianza e non è nemmeno un atto di forza bruta e ricattatoria: “Vedremo. Lo sciopero della fame (o della sete) non vuole mai essere un ricatto: si propone di aprire brecce nel potere antidemocratico italiano affinché faccia ciò che è obbligato in base alla legge. Del resto, non mostriamo i muscoli, semmai ci indeboliamo. Confidiamo nella forza del dialogo che, per noi, non è fatto solo di parole: facciamo esprimere anche i nostri corpi che via via assomigliano sempre di più a quelli degli ultimi e dei dimenticati”.

Rita Bernardini, per questa sua attenzione maniacale alla Costituzione, al Diritto e alla dignità delle persone,  sarebbe stato un ottimo Ministro della Giustizia, sarebbe un eccellente Garante Nazionale dei Detenuti e proprio per questo, temo, non verrà nominata.

 

 

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