Qualcosa in più che il “cessate il fuoco”.

15 luglio 2014 - Old / Opinioni avanzate.

L’esperienza ci insegna che fermare la belligeranza, interrompere le ostilità non è sufficiente, a lungo andare, a sedare i sentimenti di odio, di inimicizia ma soprattutto di reciproca diffidenza.

Quando facciamo cessare una lite violenta, occorre che qualcuno, qualche autorità o qualcheduno che abbia autorevolezza presso gli ex litiganti permanga nei pressi, dissuadendo la ripresa delle ostilità, faccia addirittura un’opera di ricostruzione di quello che successo, persino di giustizia, che siano da fondamento ad una reale pacificazione.

Ma anche questo può non bastare. L’esperienza comune può tornare di nuovo utile.

Quante volte ci siamo detti che è necessario  che quelle persone in lite lavorino assieme per capire i pregi l’uno dell’altro o per limare i reciproci difetti ?

Avere un obiettivo comune, meglio una prospettiva coinvolgente, può essere una soluzione.

Può essere questa una soluzione anche per due Stati in guerra tra loro ? Credo di sì. Costituirebbe quell’ulteriore scatto che oggi manca nella diplomazia internazionale, quella risposta idonea a soddisfare la domanda successiva al cessate il fuoco: e dopo ?

Molti rispondono a questo quesito con il negoziato. Ma con quali finalità ? Un negoziato, ove per ragioni democratiche, o meno, di consenso delle rispettive parti si scarichino tutte le storiche tensioni di espansione territoriale o di rivendicazione di lembi di terra ritenuti di interesse religioso è destinato, anche nel breve, a fallire. Ritracciare delle linee di confine non può essere un obiettivo duraturo; c’è rischio che qualcuno rimanga insoddisfatto, si senta leso, non risarcito, accumuli risentimento e odio.

Occorre che una prospettiva superiore, un’idea altra, più evoluta di Stato soccorra e coinvolga le disperazioni israelo-palestinesi. Lo Stato, per la cultura occidentale, non è più una mera occupazione geografica per garantire dal nemico il proprio popolo: è, o dovrebbe essere un luogo, di cittadinanza, di promozione di democrazia, di diritti e libertà per tutti e ciascuno dei cittadini.

D’altra parte abbiamo, appena al di là del Mediterraneo, un’Europa in crisi di identità, un’Europa dove sembrano ritornare ad avere la prevalenza gli interessi delle singole nazioni, delle patrie che la compongono ma che ancora non la animano.

Sarebbe, invece, una cosa meravigliosa se l’Unione Europea potesse rilanciarsi in questo spirito originario e dei padri fondatori come motore di costruzione di pace promuovendo dei negoziati di adesione di Israele e Palestina.

Addirittura l’Economist nello scorso mese, rispetto a questa iniziativa,  così si è espresso:  “Anziché vaghi accordi di partnership, l’UE starebbe meglio se avanzasse una proposta semplice e chiara: se Israele e Palestina trovassero un pieno accordo di pace conclusivo, dovrebbero essere candidati alla membership di UE e NATO. Entrambi i paesi, o uno solo, potranno benissimo rifiutare l’offerta, ma non potranno ignorarla.”

Marco Pannella ricorda spesso due sondaggi risalenti addirittura nel 2003 effettuati tra la popolazione israeliana.

 I sondaggi, che ponevano dei quesiti comuni centrali, sono stati tenuti a febbraio e dicembre 2003 dal Dr. Mina Zemach del Dahaf Polling Institute per le Delegazione della Commissione Europea in Israele.

L’ultimo sondaggio, effettuato nel dicembre 2003 rivelava che un’enorme maggioranza degli israeliani sosteneva (60%) o tendeva a sostenere (25%) l’idea che Israele avrebbe dovuto inoltrare domanda per l’appartenenza all’Unione Europea. L’80% circa credeva che l’UE avrebbe potuto avere uno sviluppo positivo per il mondo e una percentuale ancora più alta (90%) credeva che le relazioni di Israele con l’UE erano importanti. Inoltre, un’ampia maggioranza degli israeliani (61%) pensava che Israele non stesse facendo abbastanza per promuovere le relazioni con l’UE.

Perchè non sia troppo tardi, come per la Turchia, vale la pena di provarci; o no ?

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  • teofilo

    L’unione europea non riesce a risolvere i suoi problemi e dovrebbe pacificare due popoli mediorientali ? Questo, caro Michele, è intellettualismo da salotto ! L’unione europea, questo feticcio pacifista, questo centro di delirio neoliberista e mondialista, questo quarto reich in salsa economica, questo innaturale esperimento, è solo fonte di tensioni interne ed internazionali che presto esploderanno in tutta la loro drammatica violenza. Il conflitto israelo palestinese è radicato nell’odio: è il risultato della convivenza, in uno stesso territorio, di popoli culturalmente irriducibili, e l’unione europea, forse, costituirà proprio il dilatamento di questo fenomeno e di questo conflitto. Probabilmente il conflitto italo-tedesco, o franco-tedesco, si giocherà con altre armi, ma le vittime non mancheranno. A proposito: quanti imprenditori devono ancora impiccarsi perché si possa dire che il conflitto europeo è già in atto ?

    • Michele Rana

      Credo alla forza del progetto europeo spinelliano, ernestorossiano e colorniano. se dovessimo rimanere a ciò che è oggi divenuta l’unione europea hai ragione tu, ma peccherremmo di un eccesso realismo. O no ?

  • teofilo

    Qualcuno ha preso il titolo, e soltanto il titolo, del progetto spinelliano e ne ha fatto strumento di demolizione dell’assetto socio economico. La fiducia verso il progetto dovrebbe esser condizionata a una rinuncia dell’attuale politica monetaria. Via l’euro: non è con questa falsa moneta che si unifica (ma preferirei federare) l’europa. Il primo passo avrebbe dovuto essere la creazione di una nuova lingua, in grado di recuperare i più radicati elementi culturali dei popoli (Federico II lo fece, per la prima volta nella storia, con il tentativo della Scuola Siciliana, a cui parteciparono letterati del livello di Pier delle Vigne e Ciullo da Alcamo) . Poi il resto. Questa a cui stiamo assistendo non è unificazione, qualcuno lo avrebbe definito (più correttamente) anschluss, e come tale produrrà conflitti e vittime.

    • Michele Rana

      Sottoscrivo, preferisco il federalismo anch’io, di tipo solidale (non assistenziale); dopo il secondo dopoguerra nacquero dei progetti linguistici, come quello esperantista, che volevano da un lato superare l’egemonia anglossassone in materia e dall’altra dare dignità alle contaminazioni linguistiche che già ci aveva regalato la storia e non relegare a serie B i paesi linguisticamente più poveri, meno espansi. Si poteva e doveva cominciare da lì non dalla moneta. Dalla diffusione e dalla traduzione dei testi storici e costitutivi del progetto europeo. Si poteva cominciare a discutere di come misurare il tasso di democrazia negli stati federati e in quelli federandi, di fruizione dei diritti umani fondamentali. Si poteva.

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