Talento versus organizzazione: consigli per il mondo del calcio (e non solo)

13 luglio 2014 - Sport e dintorni

Prima Pelè oggi Neymar passando per Ronaldo e Zico, prima Maradona e oggi Messi, da noi i vari Baggio, Totti e Del Piero hanno sempre animato un dibattito: per il successo è meglio avere dei talenti in squadra o prediligere l’organizzazione di quest’ultima, piegando l’estro e la fantasia al collettivo, agli schemi di gioco ?

Da sempre, però, il problema rischia di essere mal posto e occorrerebbe domandarsi: cos’è il successo ?

La prima grossa spaccatura sta proprio qui e molti si dividono tra chi pensa che il successo sia vincere dei tornei ed altri, forse una minoranza, credono sia esprimere del bel gioco, essere piacevolmente divertenti.

Perché se il successo è esclusivamente vincere un torneo allora tutti i mezzi devono essere coerenti ai fini, non ci deve essere spazio all’improvvisazione, l’orchestra deve suonare uno spartito rigido, quello più utile, meno dispendioso, quello che lo stratega (su cui ricadono tutte le responsabilità in caso di non raggiungimento dell’obiettivo) ha preventivamente deciso. In siffatto schema mentale l’estro non è escluso ma si deve mettere al servizio della strategia; il genio potrà essere, in taluni momenti, il solista dello spartito ma questi momenti sono stati rigidamente previsti, organizzati: nulla apparentemente è lasciato al caso, neanche l’impiego della fantasia quando serve e dove serve.

Se invece il successo è un’altra cosa rispetto all’obiettivo di vincere dei tornei, e quest’ultima è considerata una eventualità del giocare in modo esteticamente apprezzabile, divertente, allora il genio, la fantasia, Neymar, Messi e compagnia cantante divengono in qualche modo il baricentro del progetto; se devo far godere di uno spettacolo le decine di migliaia di spettatori presenti allo stadio e le milioni di persone in tv allora l’organizzazione considera il talento la sua prima arma e quasi quasi se ne mette al servizio.

E’ pur vero, cambiando sport, che una squadra di GlobTrotter, non ha mai vinto una NBA e con una squadra di professionisti consolidati non toccherebbe neanche una palla ma sicuramente una squadra di soli Chiellini e De Rossi non  ha mai portato una persona allo stadio in serie A.

Il quesito dunque rimane; perché probabilmente in un sistema che predilige l’obiettivo della vittoria anche a discapito della bellezza sarà difficile far divertire con soli talenti in squadra: l’avversario ti annichilirebbe, elidendo quel surplus di creatività, con una scientifica attività di distruzione del gioco.

La questione è infatti di sistema e se è così ci si può accorgere che il quesito dell’articolo è mal posto, non soddisfa certo un desiderio di maggiore profondità, di indagine sul vero. Un’organizzazione ci vorrebbe ed è proprio quella che non solo mette in campo talento, estro e fantasia ma anche quella che lo promuove, che lo suscita, che lo acclama e lo premia.

Non esiste, insomma, un Roberto Baggio contro Arturo De Napoli. L’improvvisazione, di tutti gli strumentisti, se è felicità trova spazio nello spartito così come nel jazz.

Un’organizzazione, meglio una forma,  ci vuole ed è quella che evidenzia il talento che è in ciascuno, non lo ricaccia indietro piegandolo al servizio della vittoria ma lo fa confrontare con altri talenti; una forma che chiama il talento al suo naturale destino e che non teme la sconfitta più dell’assenza di divertimento, di felicità.

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  • teofilo

    Bellissimo, questo tuo articolo. Nello sforzo di trovare un punto di equilibrio tra talento e organizzazione hai stimola la mia istintiva tendenza ad estremizzare e indagare. Cos’è il talento di un calciatore ? La palla arriva veloce ai piedi del “talento” e, magicamente, quasi per devozione, gli si appoggia docilmente al piede. Lui la spinge avanti con tocchi delicati, sembra che l’accarezzi; non la guarda, la sente legata al suo piede, la può muovere a preferenza, ne asseconda la forma, ne riconosce la perfezione sferica, sì, la conosce. Quello del talento non è un gesto atletico, è un atto di libertà, è simbiosi perfetta tra lui, il terreno, l’aria e la palla. E’ capacità di auto-coordinamento, visione periferica: il campo lui lo vede da una altezza che non è quella della sua statura: da lassù vede ogni pedina del gioco, ne immagina gli spostamenti e prevede lo sviluppo del “gioco”. Ora è pronto per il lancio. Non c’è violenza nel suo gesto. La forza è misurata, il colpo sa imprimere effetto, e prima ancora che la sfera si allontani dal suo piede, lui, il talento, ha già scelto di occupare un’altro spazio: nel tiro c’è già un appuntamento alla palla. Ecco, il talento non si sposta mai a caso, corre verso il punto in cui la palla verrà restituita (meglio, dove dovrebbe esser restituita). Poi dribbla, verticalizza, avanza, sembra puntare verso un muro di muscoli e ossa messi in difesa. Il pubblico si prepara allo schianto, ma il “talento” piroetta, aggira quel muro di smorfie, e se ne libera per lasciar libera la palla, per lasciarla incedere solitaria e attraversare quel piccolo arco di trionfo: la porta. Bellissimo, il tuo articolo, temo, però, che in esso siano invertiti i presupposti del successo: quando sostieni che “Un’organizzazione ci vorrebbe ed è proprio quella che non solo mette in campo talento, estro e fantasia ma anche quella che lo promuove, che lo suscita, che lo acclama e lo premia”, tu immagini uno schema, un modulo di gioco, una meccanica improbabili. La palla e gli umani sono soggetti indomabili, imprevedibili. Non c’è strategia che tenga: all’inizio dei mondiali, tutti avevano negli occhi un’altro Brasile e gli attribuivano una strategia di gioco, quella imposta da Scolari. Alla fine abbiamo scoperto che il buon CT non non aveva alcuna strategia e che la sua fama era stata costruita sui piedi dei Ronaldo e dei Kaka’. In una gara tra undici uomini organizzati, contro altri undici uomini altrettanto organizzati non vince la migliore organizzazione di squadra, non vince – infatti – la Spagna del tichi tichi, e nemmeno l’Italia mediocre e sparagnina costruita nell’inutile laboratorio di Coverciano. Gli allenatori sono strateghi da conferenza stampa. Hanno un modulo, certo, ma le vere strategie, nel gioco, si fanno in campo, e devono fare i conti con l’imprevedibilità degli uomini, della palla e del caso. C’è una sola mente organizzatrice, in campo: quella del “talento”. E’ lui che ispira la manovra, è lui che immagina lo sviluppo dell’azione, è lui che pesca il compagno con il lancio a sorpresa; è lui che addomestica la palla, ed è spesso lui a riempirla di magia. Il resto è contorno: bisteccheria indifferenziata. Stasera Messi sarà in campo. La vittoria di una o l’altra delle due squadre di atleti, che i rispettivi allenatori schiereranno, non dipenderà dallo schema, non sarà il risultato di una organizzazione di gioco, ma dalle ispirazioni di uno che atleta non è. Di un genio che l’organizzazione la rielabora di momento in momento, e la inventa nel tempo di uno sparo. E se succederà sarà poesia !

    • Michele Rana

      Il genio, il talento, può cambiare l’organizzazione, anche in un millesimo di secondo, se l’organizzazione possiede un grado di plasticità tale da accettare che al suo interno possa venire alla luce un talento, solo se lo riconosce ed è capace di farsi illuminare dal suo estro anche istanteneo. L’allenatore dell’Argentina aveva detto di Messi che è acqua anche nel deserto: un seme però – anche nel deserto – vi deve pur essere; un seme capace di cogliere ed intercettare quel goccio d’acqua prezioso. Vi deve essere qualcuno pronto ad aspettare che il genio di Messi si manifesti anche in un nanosecondo dei 90 minuti della partita, anche se poi sarà sconfitta. In un certo senso il processo di autorafforza e non ha senso stabilire cosa viene prima e dopo: se il gesto del talento che continua modificare il gioco, la struttura e l’organizzazione o se l’organizzazione è in grado di cogliere, stimolare e produrre il talento. Innanzi alla bellezza si rimane estasiati comunque e l’auspicio è che quel momento di bellezza ne nasconda un altro dietro l’angolo, e magari un altro ancora.