Balotelli e dintorni…

29 giugno 2014 - Old / Sport e dintorni

 

Ho cercato di riflettere, in questi giorni. Al di là delle banalità dette su e da Balotelli.

Troppo facile prendersela con quel “Non ho scelto di essere italiano“: è così tanto sprovveduto e logicamente ingenuo che è come sparare sulla Croce Rossa; non c’è uno tra i 60 milioni di cittadini italiani che sia stato messo in condizione di farlo.

Di Balotelli pubblico possiamo dire tutto il male possibile ed anche in modo fondato. Certo, possiamo, per certi versi dobbiamo, dire che è un privilegiato. Come il barese Cassano, come i brasiliani delle favelas che arrivano nei campionati europei in giovante età e poi tornano in Sud America ricchi, ricchissimi ma intossicati da dieci anni successo, alcol e cocaina.

Ma la banale parabola balotelliana potrebbe non apparire più tale solo se ci si fermasse ad alzare il tappeto ed affrontare le opportunità di riflessione e di verità che vi si nascondono.

E’ chiaro, infatti, che Balotelli, più di quanto apparentemente denari e notorietà gli abbiano già dato, non si sente italiano. Forse il sentirsi parte di un gruppo di persone non è proprio questione di conti in banca o di Ferrari in garage; eppure sembrerebbe proprio questo l’equivoco, la scorciatoia, che ha appreso dalla sua presenza sulla penisola.

Un equivoco che la nostra società alimenta e trasmette. Ma cos’è, invece, il “sentirsi italiano”, oggi ?

Le seconde e le terze generazioni  di immigrati, quelli oggi mal rappresentati dagli stati “immaturi” del calciatore del Milan, cosa pensano ? Cosa pensano dell’Italia ?

Questo è il quesito che aiuterebbe noi italiani di più vecchia data e a cui, forse, non sapremo a bruciapelo dare neanche una risposta.

I futuri cittadini , quelli che oggi studiano o si spaccano la schiena per un loro futuro migliore e per quello dei familiari che sono qui o rimasti nella patria di origine, che progetti o che sogni hanno ? Come li coniugano ? Si sentono parte di un lembo di terra, di un assieme di persone da frequentare, con cui migliorare e da migliorare ?

Al di là della scelta fatta oppure ancora da fare si sentono parte di una comunità italiana ? Sentono di parteciparvi attivamente ?

O vorrebbero, invece, lasciare l’Italia e non solo per ragioni economiche ?

Conosco molti stranieri eppure sono domande che si fanno con prudenza oppure non si fanno proprio. E non è solo questione di  prudenza, di pudore. E’ paura di un possibile, se non probabile, rifiuto: quello di sentirsi dire, magari con ragioni fondate, che abbiamo perso non solo attrattività economica, ma anche credibilità, che non suscitiamo più fiducia, che non abbiamo futuro; la conferma non è solo nella battuta di arresto dell’immigrazione, di questi mesi, ma anche nella decisa ripartenza dell’emigrazione dei conterranei verso altri paesi europei continentali o, addirittura, anglofoni.

E, di converso, cosa si aspettano i nativi italiani dall’immigrazione ? Cosa hanno da offrire ? Quali modelli, quali progetti, quali sentimenti ?

Domande che dobbiamo porci, quesiti da investigare, possibili risposte da analizzare e comprendere, senza banalità e semplificazioni, magari per far evaporare quella cortina di vapore che nasconde la possibilità di vederci allo specchio.

Perché una cosa, secondo me, potrebbe chiarirsi e cioè quella che, al di là della casualità che vi può essere in un percorso che porta al successo e alla notorietà come quello della punta della Nazionale, noi ospitanti italiani “tratteniamo” un’immigrazione che è molto simile a noi; probabilmente quella buona, quella che ci tiene, che fa del suo sacrificio la cifra del suo arrivo e della sua permanenza, che vuole contribuire, quella che evita scorciatoie e clientele,  è quella che sarà “destinata” ad andar via, a mollare lo stivale al suo destino.

L’altra quella “cattiva”, quella che impara in fretta, probabilmente rimarrà.

› tags: Balotelli / immigrazione /

  • Sally-Louise Williams

    Michele, ti scrivo qui per dirti che sono entusiasta. Vedo che stai sperimentando vari modi di scrivere e di comunicare.
    Inizialmente avevo un po’ di problemi con il tuo Italiano perché ti trovavo un po’ prolisso (la lingua italiana è prolissa). Mi piace la scrittura che va al nocciolo delle questioni, chiara, semplice, diretta, che spinge alla riflessione. Ti ho visto sperimentare con Twitter che però è veramente troppo sintetico. Sono curiosa di sentire cosa dicono i tuoi lettori. Per me questa dimensione è perfetta e sento che ti è molto congeniale. Ti incoraggio fortemente a persistere in questa direzione. Tanti complimenti. Credo che troverai quello che stai cercando attraverso la scrittura. Troverai te stesso. Sono felice. Sally

    • Michele Rana

      Grazie dello splendido ma immeritato commento.

  • kalogero

    L’argomento è interessante, anche se di Balotelli (ma, in generale, delle altre 22 bistecche che i club calcistici italiani hanno imposto all’improbabile tecnico da partitella al “terracchio”) francamente non mi interessa molto. Importa se qualcuno fatichi a riconoscersi nella cultura e nel modo di essere di un paese? Non dovrebbe ! E questo per la semplice ragione che nessun paese ha una cultura, un carattere, un suo modo di essere. Attribuiamo a una comunità (o popolo) caratteri che sono propri dell’individuo, del singolo individuo. Un popolo non ha uno specifico: 70 africani laureati hanno più cultura di 700 fiorentini a bassa scolarizzazione, eppure Firenze è, ed è stata, culla della cultura. Irnerio, un teutone immigrato in Italia in pieno medioevo ha creato a Bologna la prima università, e Bologna è diventata ” la dotta” senza che i bolognesi lo fossero. La democrazia è stata concepita in Grecia, nazione che ha conosciuto dittature orrende e che oggi si lascia dominare da un pugno di banchieri: nessuno mi venga a dire, lo prego, che i greci hanno la democrazia nel loro dna. Napoleone era un Corso, apparteneva, quindi, ad una delle comunità più disprezzate dai francesi, che con il soldato Bonaparte han fatto eccezione inginocchiandoglisi ai piedi. I cattolici hanno discriminato gli ebrei per millenni, ma adoravano un Dio ebreo. La Germania è un paese abitato da eroi nibelunghi che tremano all’idea di un punto d’inflazione e che si lasciano governare da un gruppo di fanatici neoliberisti. La Campania è la regione più irrazionale d’Italia, ma ha dato i natali a Giordano Bruno e a G.B. Vico. Ha un senso parlare di NOI come popolo, come comunità ? Ha un senso la storia dei popoli ? L’intelligenza e il cuore di una comunità sono combinazioni occasionali, momentanee, fortuite quanto le buone prestazioni di questo calciatore complessato, di questo ottuso feticcio di tifoserie ottuse. Adoro l’Italia, le sue montagne, le sue colline, le sue fertili pianure, il suo meraviglioso, interminabile litorale, i suoi luoghi accidentalmente abitati da me e da milioni di uomini e donne diversi da me, e comunque irriducibili ad un qualche carattere più o meno determinato e qualificabile. La storia è storia di uomini, di singole personalità. Senza Lenin e senza il banchiere che lo finanziò, non avremmo avuto la rivoluzione bolscevica, ma senza Balotelli avremmo perso lo stesso.

    • Michele Rana

      Infatti Balotelli era solo una scusa per parlare di altro. Anch’io amo i singoli estrosi, geniali, ma non dimentico che essi, anche se costituiscono una deviazione “genetica”, un salto biologico, sociale, antropologico, lo sono perché è inscritta una matrice, un’apparente matrice da cui provengono. Anche il loro genio, il loro salto di paradigma, non riusciresti a vederlo in una squadra, in un collettivo di persone geniali.

  • Walter

    Adoro il modo con cui Michele esprime il suo pensiero su tante questioni, o fatti, che ci circondano ed alle volte assediano. Il suo voler investigare, sebbene le sue riflessioni, oppure il suo focalizzarsi su aspetti che nemmeno avevi intravisto all’inizio sembrano ostici, proprio perché rifuggi l’idea di di accettarne l’evidenza, ti concede il privilegio di scoprire che anche tu sei in grado di vedere. Ma adoro anche il modo con cui Kalogero espande la questione con la sua visione dell’intero, del tutto, paragonato nel suo insieme, a se.
    Per fortuna nell’umanità. nella comunità europea e nell’italia, così come nel mondo della rete, esistete entrambi con il vostro pensiero, la vostra cultura, il vostro essere ma, sopratutto, che non si riesca a comprimere nel vostro pensiero così che potremo esercitare il diritto/piacere di conoscere il vostro pensiero su tante questioni. Il mio, è molto più di basso profilo e certamente più diretto. Se Balotelli, o chi per lui, fosse stato un cinese, un pellerossa, un senegalese, un peruviano piuttosto che un qualsiasi altro cittadino del mondo che, di 1^ o 15^ generazione, avesse scelto o no di essere cittadino italiano per misurarsi nello sport con totale spirito agonistico, quale portabandiera dello sport italiano, avrebbe avuto tutto il mio sostegno. Gli eccessi di esuberante protagonismo o di pittoresca presenza ci sono sempre stati, in tutti gli sport. Pensate a Bolt o a Valentino Rossi e tanti altri che esprimono il loro essere numeri 1 in modo particolare. Ma in questo caso ritengo che Balotelli sia la perfetta espressione del calcio italiano. Di uno sport dove non devi superare le barriere del tempo, dimostrare la tua forza fisica, vincere le stesse leggi della fisica. NO. Nel calcio moderno l’espressione agonistica si gioca sul campo dei conti in banca, degli ingaggi, degli sponsor che non ruotano sul collettivo ma sul singolo. Quindi abbiamo, noi italiani come qualsiasi altro paese “calcio avanzato” il risultato che milioni di cretini che seguono il calcio moderno hanno voluto. Gente disposta a vendersi la madre per poter vestire la maglia di un collettivo, che sia esso di club autoctono, nazionale o di qualsiasi altro paese, per arricchirsi in modo esagerato come singolo anche se da singolo vali poco più del tuo peso in bistecche o che sei il Pelè del terzo millennio. Ovunque esistano, nelle professioni così come nello sport, ingaggi di questo tipo, non avrai più nessuno, di qualunque estrazione sociale e luogo di nascita, che è disposto a sudare sangue per battere la lancetta di un orologio, andare oltre le leggi della fisica, giungere là dove nessuno si era mai spinto prima per mera soddisfazione personale. Figuriamoci trovare uno sportivo che faccia questo per la propria nazione, per l’ideale di farlo affinchè sventoli alta la bandiera della propria patria. Poi, se ci si mette anche l’alibi del collettivo, dove oltre agli 11/22 giocatori conta anche la prestazione dell’allenatore come degli altri professionisti che formano una squadra…. diciamocelo chiaramente. Se in campo fossero scesi dei portatori di handicap, o una squadra di bambini ancora scevri dalle manie di protagonismo e degli ingaggi milionari, esattamente come quando li trovi (sempre più raro) a farsi una partitella tra amichetti nel cortile dell’oratorio, forse avremmo visto del vero sport, dell’agonismo sportivo e, cosa ormai scomparsa dai campi di calcio, delle partite di calcio giocato.
    Ecco perchè da molto tempo non seguo più il calcio, se non per ridere dei tanti cretini che vedo ancora appassionati, perché ritengo che Balotelli, in campo e fuori, sia la perfetta rappresentazione del calcio italiano e internazionale in quanto esatta rappresentazione di ciò che il calcio (inteso come sport e non come business) esprime.

    • Michele Rana

      Il calcio rappresentativo di una nazione ? Forse. Ad altre latitudini il calcio è un’attività economica come un’altra quando è svolta da professionisti. Non ci sono bilanci pubblici (stadi, sicurezza, finanziamenti federali, enti pubblici) che se ne occupano in siffatti casi. Cosa diversa è quando si tirano due calci al pallone alla scuola dell’obbligo. Se stanno così le cose quando il professionista è chiamato a rappresentare la nazione, lo sente eccome.

  • Michele Rana

    Per il resto grazie dell’intervento Walter