Ebola, la scienza e “Aiutiamoli a casa loro”.

8 luglio 2014 - Edicola online / Old

Già avevo affrontato il tema degli imponenti flussi migratori (link) connessi a situazioni di tragiche guerre civili. Sostenevo che in quel caso è davvero difficile, se non proprio impossibile, immaginare di dare una mano alle popolazioni in fuga proprio a casa loro, semplicemente perché una casa non ce l’hanno o perché, nel persistere del conflitto, rischierebbero quella morte atroce che, magari, gli è già passata accanto. La soluzione che ipotizzavo era quella, infatti, dei “corridoi umanitari” in cui ciascun paese europeo sia costretto a fare la sua parte.

A dimostrazione, però, che in materia non esiste una ricetta che può andar bene tutte le evenienze c’è proprio questa allarmante, ma sottovalutata dal nord del mondo, epidemia di Ebola.

La cosa è grave:  il virus ha ucciso 481 persone e ne ha contagiate quasi 800 dallo scorso febbraio in Guinea, Liberia e Sierra Leone. Lo ha comuinicato l’Organizzazione Mondiale per la Sanità. Si tratta dell’epidemia più grave dall’apparizione del virus nel 1976. Contro Ebola non esistono né vaccini né trattamenti specifici. Secondo il portavoce dell’Oms l’epidemia può essere bloccata.

Abbiamo già avuto a che fare con epidemie di Ebola e siamo stati in grado di fermarle. Questa è una sfida maggiore perché interessa tre paesi e ci sono dei piccoli focolai diffusi. Ma i principi sono gli stessi. Possiamo fermare l’epidemia di Ebola, ma devono essere osservate cinque misure fondamentali”.

Temo che, al di là di come la si pensi, dobbiamo far ricorso alla scienza: niente riti magici africani, niente buonismi da accoglienza senza se e senza ma, ma profonda attenzione a quello che la scienza e la medicina dicono in materia di profilassi, di contenimento del contagio, di controlli e di confinamento sanitario delle zone da cui potrebbe partire il contagio.

Già qualche mese fa secondo Msf l’epidemia sarebbe potuta evolvere verso una fase di “fuori controllo” (link).

Detta così ci sarebbe poco da stare sereni. Ora però bisognerà dirsi pure che il virus dell’Ebola si trasmette non per via aerea ma per contatto diretto con i fluidi delle persone infette; quindi, con una buona organizzazione sanitaria, ci sono buone possibilità di isolare i contagiati ed evitare che infettino altre persone. Insomma, l’Ebola dal punto di vista della trasmissione è molto meno aggressivo di un comune virus influenzale.

Occorre  non abbassare la guardia e, questa volta si, fornire il know how  medico occidentale e del nord del mondo all’emisfero meridionale, al continente africano oltre che qualche aiuto in termini di medicinali, strumenti e macchinari sanitari. In questo caso vale “aiutiamoli a casa loro”.

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  • mario

    Fare dei campi con prefabbricati sotto l’organizzazione di una ONU (che è latitante) e delle varie organizzazioni caricatevoli in Tunisia o in Libia xchè gestiscano lì la situazione (indennizzandoli), impedendo che malavita, scafisti e persone prive di scrupoli ne traggano vantaggio.
    RICORDATEVI CHE DAL MOMENTO CHE METTIONO PIEDE SUL SUOLO ITALIANO DA QUEL MOMENTO IL PROBLEMA E’ IL NOSTRO!!!!!! Tanto ci costerebbero ugualmente, se non anche di piu’.

  • Michele Rana

    Grazie per il contributo Mario. Credo che non esistano soluzioni che vadano bene per tutti i tipi di crisi “umanitarie, mediche o sociali” che possono provocare grandi migrazioni in breve tempo. Certo come dici tu la soluzione non è la latitanza degli organismi sovranazionali.