“Abbracciamoci”

2 febbraio 2017 - Opinioni avanzate.

Due notizie, provenienti dal campo scientifico, hanno colto la mia attenzione in questi giorni. La prima è relativa al campo delle neuroscienze: uno studio italiano sul morbo di Alzheimer, pubblicato su un’autorevole rivista, ha affermato che chi conosce perlomeno due lingue (una in più rispetto a quella comunemente parlata) è in grado di proteggersi dall’avanzare della malattia degenerativa e rallentare enormemente il suo progredire, rispetto a chi invece non possiede questa ulteriore padronanza.

 “Nello studio, i ricercatori mostrano che il cervello dei pazienti che parlano due lingue, rispetto a quello dei pazienti monolingui, presenta una maggiore attività metabolica nelle strutture cerebrali frontali – implicate in compiti cognitivi complessi – e una maggiore connettività in due importanti network che svolgono funzioni di controllo cognitivo ed esecutivo. Sarebbero anche questi meccanismi a garantire ai pazienti bilingue performance cognitive migliori, a fronte della perdita di strutture e funzioni cerebrali importanti.

La conoscenza e la pratica delle seconda lingua costituirebbe una sorta di riserva cognitiva, tipica di chi possiede maggiori livelli culturali ed esercita una maggiore capacità di pensiero ed astrazione.

Sembrerebbe, dunque, che chi si impegna su un processo, sullo stimolo continuo e sulla qualità delle fonti di produzione di pensiero avrebbe maggiori opportunità di contrastare il decadimento tipico della malattia dell’Alzheimer. Per mantenere un buon livello della qualità della vita non sarebbe importante quanto materiale celebrale degrada a causa del morbo ma come si è usato e si continua usare quello che rimane integro e biologicamente operativo; il “come” e la qualità del processo, della procedura prima ancora dell’obiettivo finale.

La seconda notizia è quella emersa in un incontro scientifico svoltosi a Roma il 31 Gennaio scorso secondo la quale negli ospedali di tutto il mondo ucciderebbero molto più le infezioni che gli incidenti stradali.

Se fosse vero sarebbe confermato che ci concentriamo sempre molto sulla causa prima dei nostri interventi e sull’obiettivo che appare il più intuitivo ma poco siamo ancora in grado di “vivisezionare” le singole tappe e le singole fasi del percorso. Poco siamo orientati ad interrogarci e valutare i segmenti e la qualità del “cammino” e traguardarli rispetto al raggiungimento del fine ultimo.

Questo rischio, quello di essere poco e per niente concentrati sull’itinere (sull’unire i singoli punti), è comune a molte attività umane, a molte attività, comprese quelle lavorative (anche non necessariamente mediche).

E allora, in questi giorni, mi è capitato di riflettere sulla mia attività lavorativa. Su qualche singola giornata che, infine ma in modo errato, mi appariva scontata, priva di senso o, persino insoddisfacente.

Mi sono concentrato sui singoli fotogrammi, sulle singole azioni (mie e degli altri), sulla loro qualità e, da ultimo, sulla idoneità e sulla capacità di incidere sull’umanità positiva e sulla capacità di riscatto delle persone in cui mi sono, professionalmente, imbattuto.

Capita, infatti, nel mio mestiere di incappare nel “male di vivere”, nelle famiglie problematiche, dove i genitori non ci sono più o non ci  sono mai stati (non solo fisicamente), famiglie con mamma e papà separati, con problemi pregressi con la giustizia o con un inserimento economico e sociale nullo o minimamente accettabile; capita di incontrare i frutti di questi legami “malati”, non adeguati: i figli, i giovani poco più che ventenni.

Giovani che spesso hanno problemi dipendenza da alcol e da sostanze che sono in rapporto diretto con episodi di auto o etero-aggressività. Dove gli uni alimentano gli altri in una causalità non sempre limpida e pacifica.

E così, pur nell’ambito di quello che si deve fare, quello che si deve riferire ad altre autorità, pur rimanendo nel solco dell’obiettivo professionale che si deve perseguire  non è infrequente, perlomeno per me, tentare di stabilire un contatto empatico con le persone. Tentare di far scoccare una scintilla che magari cambi il verso ad una vita apparentemente segnata: dovrebbe far parte della mia attenzione al “come”, a come si struttura la qualità delle singole fasi.

Qualche giorno fa mi è successo di consigliare, ad un ventenne, un riscatto, di offrire l’intercessione per un percorso medico-assistenziale in “cambio” di una presa di coscienza, dell’abbandono degli “alibi familiari”, l’alibi della mamma anaffettiva, “ladra del poco denaro che circola in casa” per l’approdo ad un protagonismo positivo. Ci siamo guardati negli occhi, ci siamo detti parole crude, profonde e veritiere, quelle che possono suscitare un cambiamento ed, infine, Luca (*), con le lacrime agli occhi, allargando le braccia mi ha detto “abbracciamoci”.

E questo abbraccio me lo sono concesso; sapendo che era lui che, infine, stava aiutando me più di quanto io aiutassi lui.

  (*) il nome è rigorosamente di fantasia.

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