Un passaggio di fase.

29 gennaio 2017 - Opinioni avanzate.

Non è inutile ripetere quello che appare un filo conduttore, di questi tempi.

Siamo in un momento di passaggio, un passaggio di fase. Se si allarga la visuale molto si può comprendere come le sincere “utopie” e gli slanci del secolo scorso siano rimasti in mezzo al guado.

L’Europa non è divenuta gli Stati Uniti d’Europa ma nemmeno quel po’ che ci si aspetta, di autenticamente democratico e vagamente somigliante alla concezione classico-federalista di uno Stato, che possa contrastare o perlomeno bilanciare, i nazionalismi e gli egoismi delle classi dirigenti dei singoli paesi membri.

Per non parlare dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Eppure, verrebbe da dire, meno male che ci sono. Che come istituzioni sovranazionali non sono state ancora messe in discussione, completamente affossate; meno male che resistono (e si potrebbe ancora immaginare come riformarle, come farle funzionare davvero).

Con loro sembrano sempre meno esplicite e sempre più messe tra parentesi le speranze e gli obiettivi, di diretta derivazione illuministica, che le avevano animate e che erano stati trasposti nelle carte fondative: la pace tra i popoli, lo sviluppo economico e giuridico delle nazioni, l’ampliamento della fruizione dei diritti e delle libertà fondamentali a partire da quello democratico.

Sul fronte internazionale non si può non considerare, infatti, che le aree di conflittualità e di belligeranza armata, in giro per il mondo, non appaiono in diminuzione. Alcuni appaiono solo sopiti, o semplicemente globalizzati ed atomizzati (con l’acquisizione della “logica terroristica”).  Così come gli stati compiutamente democratici non sono ancora la maggioranza nel mondo.

Secondo il Democracy Index  2016 tra gli Stati sovrani analizzati sono completamente democratici solo 24 su 167 mentre, ed è questo il dato più impressionante, sono 90 su 167 le nazioni costituenti “Regimi ibridi” o veri e propri “Regimi autoritari”. In poche parole ci sono ancora molti dittatori in giro per il mondo.

L’Italia in questa particolare classifica redatta da “The Economist” è al 29esimo posto, rubricata come una “Democrazia imperfetta”.

Proprio stringendo l’analisi al campo italiano  la sensazione di essere in mezzo al guado dura da più di un ventennio. I primi anni novanta erano stati infatti gli anni, animati da una ventata radicale, liberale e riformatrice, del possibile passaggio dal punto di vista elettorale-istituzionale ad un sistema anglosassone dove il cittadino-elettore potesse mandare a Roma, in una visione di un Parlamento forte, il rappresentante migliore del suo piccolo collegio di riferimento.

Era l’idea dell’uninominale, maggioritario a turno unico dove in una porzione di territorio piccola vince la sfida da parlamentare il candidato che prende un voto più di un altro: tanti piccoli sindaci, la loro storia individuale, tra i parlamentari. Era l’idea, affiancato da un sistema informativo minimamente adeguato, del “giudice-elettore”.

Era un filo che era stato abbondantemente tirato ma che, in realtà, venne da subito “sfilacciato” dalla legge elettorale approvata dopo l’esito referendario: 75% maggioritaria, 25 % proporzionale con il problema di scorpori e resti. Legge elettorale, il “Mattarellum”, che dette poi non pochi grattacapi applicativi e di attribuzioni dei seggi e, dunque, di costituzione dell’assemblee legislative. Vennero poi il Porcellum, gli Italicum, gli interventi della Corte Costituzionale di questi giorni: tutte leggi elettorali con un impianto di attribuzione dei seggi di tipo puramente proporzionale (addirittura in taluni casi su base nazionale), liste o capilista bloccati (e dunque senza possibilità di esprimere una preferenza) che ottengono “effetti maggioritari”, meglio di presunta stabilità parlamentare, con sbarramenti  e premi di maggioranza  (di lista o di coalizione) .

Delle vere e proprie controriforme rispetto allo spirito, allo slancio e al testo dei quesiti referendari degli anni novanta, che sembrano essere stati introiettati ed acquisiti dal popolo, ma che ripetutamente sono stati e vengono traditi dal legislatore e dagli accordi tra le burocrazie di partito.

La sensazione di essere in mezzo al guado è quella di chi, avendo ben chiara la visione e gli obiettivi, non ha ancora la conquista all’orizzonte ma, soprattutto, ha ben chiaro quali forze di conservazione (se non di arretramento) si sono palesate. E’ la sensazione di  avere la vita difficile, se non proprio impossibile, se si continua a remare nella direzione delle Riforme, del Diritto e della Democrazia. E’ la sensazione, non solo collettiva ma anche individuale, delle epoche di passaggio quella della incompiutezza, se non della vera e propria inconcludenza.

E il colpi di coda sono sempre possibili.

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