(Non solo degli Usa e) della questione delle armi.

11 luglio 2016 - Opinioni avanzate.

Corro il rischio di essere accusato di semplificazione; ma delle volte potrebbe valerne la pena.

Ho sempre pensato che un mezzo, uno strumento, un attrezzo potesse, via via nel corso del suo impiego, in qualche modo finire per modificare l’attività, e i suoi contenuti, per i quale è stato pensato e impiegato; anche ben oltre le intenzioni degli inventori.

Il telefono ha cambiato sicuramente la conversazione, le modalità di scambio dei contenuti in voce tra le persone, forse anche progressivamente i contenuti medesimi. Prima del telefono di Meucci e di Bell il solo modo di parlare in voce era quello tra presenti. Immaginiamo che la comunicazione si sia fatta via via più asciutta, meno densa e carica di incisi, rimandi evocativi, necessariamente in assenza di espressioni mimiche e facciali più attenta al solo tono. Anche il contenuto magari si è adeguato e forse impoverito fino ad  assumere la forma delle “comunicazioni di servizio”.

Così come l’ “sms” e la messaggistica istantanea in genere hanno modificato la scrittura e i contenuti da trasmettere ad amici, parenti e persone con cui c’è un rapporto personale, mandando in pensione cartoline e lettere raccomandate.

La tv e forse anche internet hanno sicuramente cambiato l’informazione; sicuramente costretto ad un adeguamento la carta stampata.

Mi si faccia fiducia nel dare un minimo credito all’affermazione che un mezzo, qualunque esso sia, le modalità del suo utilizzo, nella duplice accezione di tecnica costruttiva e di impiego e della regolamentazione della sua diffusione e del suo utilizzo finiscono, via via, per influenzare e modificare l’attività e le relazioni per cui è sono stato ideato.

Così potrebbe essere indubitabilmente anche per la questione delle armi, quelle da fuoco, quelle la cui naturale destinazione, la destinazione pensata già a partire dalla fabbrica, è l’offesa; o per dirla con parole meno in “giuridichese” che sono state ideate per provocare seri danni all’incolumità fisica, fino al rischio della morte, nei confronti delle persone verso le quali vengono puntate o utilizzate.

Armi sempre più precise, dove il tiro casuale o accidentale è sempre meno ipotizzabile; armi capaci di esprimere, per caratteristiche costruttive, una precisione di tiro e una potenzialità di fuoco, di impatto e di arresto anche con piccoli calibri sempre più accentuate; tanto da non poter far immaginare che il loro possesso individuale sia estraneo a qualsiasi intenzione bellicosa, di intimidazione anche di tipo preventivo.

Una loro diffusione, o meglio una regolamentazione della loro diffusione, che consente senza molti controlli preventivi l’acquisto e un largo possesso è idonea, ben oltre l’intenzione dei fabbricanti in buona fede e dei legislatori, a modificare o addirittura a creare nuove relazioni, nuove modalità relazionali tra i membri di un consesso sociale ?

Credo di sì. Sarebbe una cosa da studiare, scientificamente. Ma non è difficile poter perlomeno ipotizzare che durante un contenzioso, un contraddittorio tra persone in carne ossa, persino un controllo di polizia, possa prevalere, in modo palese o strisciante, un autentico sentimento di timore, di paura. Paura di mettersi nelle condizioni di rischiare di essere ammazzato.

E alla paura, di solito, seguono o la rinuncia o l’aggressività preventiva. Con i (corto)circuiti di odio sociale e razziale di cui, purtroppo, in questi giorni siamo informati.

“Se io so che facilmente puoi essere in possesso di un’arma, impugno per primo la mia e, se del caso, faccio fuoco appena percepisco che con un movimento anomalo o sospetto tu stai per impugnarla altrettanto”.

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