Un punto (da) Fermo. Per una società nonviolenta.

7 luglio 2016 - Opinioni avanzate.

Fermo è un piccolo comune marchigiano, di poco più di 35 mila anime: un paesotto, insomma.

Eppure sembra divenuto l’epicentro del “peggio italico”: quasi una cartina al tornasole di quello che siamo divenuti.

Ad un evento, normalmente, a caldo si dà sempre la lettura più emotiva. Si è portati a solidarizzare sempre ed incondizionatamente con la vittima; diciamolo con chi, in modo barbaro, ci ha rimesso la vita e il  proprio futuro. Non sempre però è quella esatta, ci può dare la chiave giusta e suggerire i giusti interventi.

Parliamoci chiaro, qui non si intende dare una giustificazione, quella che proprio non può avere, a chi esercita una violenza fisica idonea a provocare la morte di un uomo, di qualunque colore quest’ultimo abbia la pelle. Tanto meno si vuole fare delle cronache o delle considerazioni di tipo giudiziario.

Eppure secondo una prima ricostruzione, ancora molto frammentaria dei fatti ma piuttosto diffusa nei diversi siti d’informazione, due sere fa Mancini avrebbe insultato la compagna di Emmanuel Namdi, Chinyery, gridandole “scimmia africana” e strattonandola, tanto da provocarle alcune escoriazioni. Il migrante avrebbe reagito sradicando un paletto stradale con il quale avrebbe colpito l’ultrà, facendolo cadere a terra. Mancini però si sarebbe rialzato ed avrebbe sferrato un pugno a Namdi, che a sua volta è stramazzato a terra, battendo la testa, prima di essere colpito ancora. Le condizioni del nigeriano, entrato in coma irreversibile, erano apparse subito disperate. La morte ieri, in ospedale. Alla scena avrebbero assistito tre testimoni, e un amico che era insieme all’ultrà.

Se così stanno le cose (e sottolineo la condizione) noi avremmo una situazione per cui a poco più di un insulto razzista, becero e deprecabile, persino sanzionabile, da parte di un ragazzotto di provincia un altro ragazzo, colpito nel vivo e quindi con alcune attenuanti, rinuncerebbe a chiamare la Polizia, i Carabinieri ovvero a far finta di niente e proseguire per la sua strada ma tenterebbe di farsi giustizia da sé: avrebbe sradicato un paletto stradale (e ciascuno immagina quale forza e veemenza richieda) e con quello avrebbe colpito l’autore degli insulti a sfondo razziale tanto da farlo cadere in terra.

Non risulterebbe,  che Emmanuel fosse stato messo alle strette, ovvero mancasse di alternative: versasse in uno di quei casi che nelle aule dei tribunali potrebbe essere ascritto ad un caso di legittima difesa.

Anche il Mancini,  una volta rialzatosi dalla “botta” subita non risulterebbe chiami le forze dell’ordine ma sembrerebbe dedicarsi solo all’aggressione fisica di Emmanuel: una vendetta anche la sua, con l’aggravio di aver cominciato la disputa ed averla connotata da motivi razziali al tempo stesso tanto beceri quanto stupidi.

Ora, anche a costo di apparire impopolare, qualche cosa che in queste ore non si sente affermare in giro bisognerebbe pur dirla: tutti e due i protagonisti della vicenda si sono visti bene dall’interrompere l’escalation della violenza. A loro modo hanno rilanciato e non per legittima difesa (che richiede una violenza in esercizio e non passata) e noi con loro ci siamo, da “pessimi tifosi” quali siamo divenuti, appassionati all’ “occhio per occhio, dente per dente” e all’argomento, da asilo, “ha cominciato prima lui !!!”.

Sta di fatto che nell’escalation Emmanuel, forse quello con la storia più dolorosa alle spalle, ci ha rimesso la vita ma non può essere solo questo il pur bruttissimo fatto, l’epilogo, dal quale cui traguardare la vicenda. Bisognerà, insomma, avere pure il coraggio di affermare che – al di là del fatto che si sia italiani, nigeriani, tedeschi, indiani o di un altro paese del mondo a caso – che ad un insulto verbale, pur brutto, infamante o razzista che sia, non si risponde con la violenza fisica. Come che a violenza fisica già passata non si risponde con altrettanta o anche maggiore violenza. Bisognerà avere il coraggio di dire che l’orgoglio di difendere le proprie origini, la propria terra, la propria vera o presunta etnia, il proprio colore della pelle, il campanilismo come i nazionalismi sono spesso accecanti per tutte le parti in causa e conducono ad un eccesso di odio senza giustificazioni.

Nessuno che si sia accorto, fino ad ora, che occorre costruire una società nonviolenta, meno “maschia”, meno plaudente a chi si fa giustizia da sé, meno accondiscendente, anche con i classici sorrisetti di approvazione a mezza bocca, rispetto a chi vendica i torti subiti, veri o presunti che si rivelino, da solo, meno complice del ragionamento “in fondo se l’è cercata !”.

Abbiamo bisogno di una società nonviolenta, che ancora non c’è, per poterla insegnare ai futuri nuovi cittadini italiani che, magari, venendo da zone del mondo dove vige ancora, nei fatti o nei libri, la legge del taglione hanno un po’ più attenuanti sociali di noi.   Abbiamo bisogno di una società composta da uomini e donne che, rispetto ad un’ingiustizia, rimangono “diritti” con le loro convinzioni ma che rinuncino, proprio per convinzione, alla violenza per vincere la resistenza degli altri; abbiamo bisogno di nonviolenza come metodo che prevede il rischio per la propria vita piuttosto che l’imposizione, mediante la forza bruta, della morte agli altri, ai cosiddetti nemici.

Per dirla con le parole di Marco Pannella: “Non credo al fucile: ci sono troppe splendide cose che potremmo/potremo fare anche con il “nemico” per pensare ad eliminarlo.  […]

La violenza dell’oppresso, certo, mi pare morale; la controviolenza “rivoluzionaria”, l’odio (“maschio” o sartrianamente torbido che sia) dello sfruttato sono profondamente naturali, o tali, almeno, m’appaiono. Ma di morale non m’occupo, se non per difendere la concreta moralità di ciascuno, o il suo diritto ad affermarsi finché non si traduca in violenza contro altri; e quanto alla natura penso che compito della persona, dell’umano, sia non tanto quello di contemplarla o di descriverla quanto di trasformarla secondo le proprie speranze. Insomma, quel che vive, quel che è nuovo è sempre, in qualche misura, innaturale.

Perciò non m’interessa molto che la vostra violenza rivoluzionaria, il vostro fucile, siano probabilmente morali e naturali, mentre mi riguarda profondamente il fatto che siano armi suicide per chi speri ragionevolmente di poter edificare una società (un po’ più) libertaria, di prefigurarla rivoluzionando se stesso, i propri meccanismi, il proprio ambiente e senza usar mezzi, metodi idee che rafforzano le ragioni stesse dell’avversario, la validità delle sue proposte politiche, per il mero piacere di abbatterlo, distruggerlo o possederlo nella sua fisicità.”

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