L’abolizione degli inchini (non solo quelli di Oppido Mamertina)

6 luglio 2014 - Old

Il rispetto è davvero un’altra cosa rispetto agli inchini. L’Italia è ancora una realtà sociale, talvolta anche normativa, in cui  il “Lei”, la deferente riconoscenza al “capo” formale, al di là di meriti e capacità, della sua storia continuano a farla da padroni.

Gli inchini verso chiunque, soprattutto quando imposti convenzionalmente ad un gruppo di persone, non sono segno di niente, al più di un misto tra paura acquiescente e regole arcaiche acquisite senza rifletterci, nemmeno un po’, sopra. Sono il segno di una società con un’antropologia ancora medievale, feudale, dove chi sta in basso deve qualcosa anche in termini di esteriorità a chi sta appena un po’ sopra della scala gerarchica.

Così hanno fatto bene ad Oppido Mamertina i Carabinieri a ribellarsi a quell’inchino  (link) della processione religiosa al boss di paese, pregiudicato; hanno fatto bene a mollare le altre cosiddette autorità ed andarsene.

Ora la riflessione, però, si allarghi; quanti inchini, non solo fisici, siamo ancora costretti a fare nella nostra vita lavorativa, familiare e sociale ?

L’inchino stabilisce o ristabilisce, plasticamente e visivamente, una gerarchia e si disinteressa della sostanza; è fine a se stesso, basta per perpetrare quel rapporto tra vassallo e valvassore, tra quest’ultimo e il valvassino e giù fino al fondo della scala gerarchica. E’ fondamentalmente un gesto mafioso.

Non si preoccupa del merito, delle capacità e delle responsabilità che ciascuno esercita nei gruppi a cui decide di far parte: sono pura forma.

Un invito alla Chiesa: aboliamoli questi inchini, aboliamoli verso i boss, verso i vescovi, verso le statue di qualunque Santo esse siano la rappresentazione.

Questi inchini portano pure male come Schettino e la Concordia dimostrano e il Gesù della croce non avrebbe voluto e anche Francesco ne farebbe volentieri a meno.

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